Pubblicato da: Vito Santoro su: 22 maggio 2011
La storia di una famiglia media americana degli anni Cinquanta vista come una microscopica parentesi nella Storia immensa del cosmo, dalla nascita dell’universo alla formazione della crosta terrestre; dalla comparsa dei primi microrganismi a quella dei dinosauri; via via fino alla nostra contemporaneità. Il tutto configurato come una sinfonia di immagini, colori, suoni, e soprattutto luce, dove la computer grafica resta comunque assoggettata alle riprese dal vivo.
È davvero difficile raccontare l’ultimo, adamantino lavoro di Terrence Malick, The tree of life, regista unico per la sua capacità di fondere in una filmografia breve ma straordinaria, poesia e sperimentazione, mistica e realismo, epica e intimismo, sfidando ogni convenzione narrativa. Difficile raccontare questo film perché le ordinarie vicende quotidiane degli O’Brien sono rappresentate sullo schermo in modo quanto mai frammentato – a volte ricorrendo al meccanismo proustiano delle madeleine – e casuale. C’è il capofamiglia Brad Pitt, inventore fallito, spesso violento, ma anche capace di piccole tenerezze, che vede disintegrarsi davanti ai suoi il mito dell’American dream, che consente a chiunque, purché dotato, la scalata sociale e, fatto ancor più terribile, vede la sua cieca fede protestante scossa dalla morte prematura di uno dei suoi tre figli. C’è sua moglie Jessica Chastain, felice soprattutto quando il marito è assente, personificazione della grazia e della bellezza, in altre parole, dell’humanitas; e il loro primogenito Jack, interpretato da adulto da Sean Penn, i cui ricordi invadono il film. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da: Vito Santoro su: 18 maggio 2011
Il corpus narrativo di Giorgio Bassani è particolarmente avaro di riferimenti cinematografici, peraltro, privi di quella rilevanza quasi mitica che sulle pagine del Romanzo di Ferrara assumono altri frammenti, citazioni, microtesti di carattere letterario, musicale o artistico.
L’«affollata e fumosa sala del Diana» è il luogo in cui trova serenità Lida Mantovani, che, seduta accanto al suo David, capriccioso e imbronciato, confonde la sua storia sentimentale con quella proiettata sullo schermo. Dal canto suo, Micol Finzi Contini utilizza l’espressione «molto cinematografo, orge di cinematografo» per definire le sue inconcludenti storie veneziane con gli studenti della Ca’ Foscari. E in «un’arena all’aperto» – una sera d’agosto – il narratore del Giardino dei Finzi Contini prende piena coscienza dell’odio nei confronti degli ebrei.
Eppure i rapporti di Giorgio Bassani con il cinema sono stati particolarmente intensi. A ricostruirli è Federica Villa, docente di filmologia presso il DAMS di Torino, in un documentatissimo volume dal titolo Il cinema che serve. Giorgio Bassani cinematografico (Kaplan, pp. 240, € 23,00). «Arrivare a Bassani e il cinema – scrive la studiosa – ha significato perdersi in un dipanarsi continuo di fulminee occasioni di incontro, prove avventurose di scrittura per sceneggiature, esperienze di confine nate con l’intento, senza tregua di creare immagini per rispondere alle domande incessanti di un presente, sicuro di non essere più e per questo incerto nel suo essere». Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da: Vito Santoro su: 13 maggio 2011
Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero (Quodlibet, pp. 162, € 18,00), da me curato, raccoglie contributi di alcuni giovani studiosi pugliesi (Domenico Mezzina, Antonella Agostino, Marco Marsigliano, Francesca Giglio): è un libro che, pur dichiarando di non mirare ad una ricostruzione storico-letteraria di tipo sistematico, si impegna tuttavia in una ricognizione attenta della produzione romanzesca dell’ultimo decennio, al fine di proporre al lettore un «piccolo spaccato della narrativa italiana degli anni Zero», soffermandosi soprattutto «su quelle opere e su quegli autori che ci sono parsi particolarmente significativi per la loro capacità di riaffermare, anche a costo di uno spietato e crudele autodafé, le ragioni della letteratura, salvandola da quella dimensione di entertainment e di infotainment di massa, cui l’ha relegata l’attuale sistema delle comunicazioni».