[La vita segreta delle parole]

Carlo Lucarelli, Navi a perdere

Pubblicato da: Vito Santoro su: 23 Dicembre 2008

copj131Il 1° gennaio 1991, al largo di Molfetta affonda l’Alessandro I, una nave cisterna che da Gela sta andando a Ravenna.
Al suo interno ci sono 3550 – ripeto 3550! – tonnellate di rifiuti tossici derivati dalla lavorazione del petrolio.
L’Alessandro I è una delle tante, troppe navi – tutte vecchie e recanti carichi particolarmente pericolosi – inabissatesi negli anni Novanta nel Mediterraneo in circostanze ritenute poco chiare, se non addirittura misteriose, o raccontate in maniera contraddittoria dai testimoni. E per giunta in punti di grande profondità da cui è difficile recuperare il relitto. Sono venticinque secondo i Lloyd di Londra. Una quarantina secondo le procure. Almeno cinquanta secondo i dossier di Legambiente.
Sono “navi a perdere”, cioè navi messe in mare proprio con il proposito di essere perse insieme al loro carico pericoloso. Navi che seguono una rotta che ha un punto di partenza ma non un punto di arrivo. E appunto, Navi a perdere di Carlo Lucarelli è il tredicesimo titolo di VerdeNero, una collana nata dalla collaborazione tra Edizioni Ambiente e Legambiente, capace di riunire alcune delle firme più interessanti della narrativa italiana (da Loriano Machiavelli a Piero Colaprico; da Giancarlo De Cataldo ai Wu Ming; aspettando Massimo Carlotto e Alan Altieri), impegnate a scrivere col linguaggio del noir – ma non solo – storie ordinarie di ecomafia.
Il racconto dello scrittore emiliano prende le mosse dalla morte di un uomo coraggioso, uno di quelli che si è soliti definire servitori dello stato. Si tratta del capitano di corvetta Natale De Grazia. L’uomo, 38 anni, ottima salute, sta indagando per conto della Procura di Reggio Calabria sullo strano affondamento della motonave da carico Rosso, meglio nota come nave dei veleni, arenatasi sulla spiaggia di Formiciche a quindici chilometri da Amantea, provincia di Catanzaro, il 14 dicembre 1990, con un buco nello scafo «così netto e squadrato», che può averlo fatto solo la fiamma ossidrica.

De Grazia sta viaggiando in compagnia di due carabinieri su una Tipo diretta a tutta velocità verso La Spezia il 12 dicembre 1995. Si ferma all’autogrill per un caffè – di quanti caffè è fatta la storia italiana! – quindi, risale in auto. Improvvisamente smette di parlare, diventa pallido, perde i sensi e muore all’ospedale di Nocera per un arresto cardiocircolatorio. «Da quando si occupava di queste vicende era sempre molto preoccupato, stressato. Ma a me diceva di non avere paura», dichiara la vedova Anna.
Con questo episodio inizia un viaggio allucinante, fatto di faccendieri e rottami del mare carichi di armi e tossine. Un viaggio che parte dal 1988 e dalla diossina proveniente da Seveso, fino ad arrivare all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – che indagavano proprio «sull’ipotesi di un traffico di armi e di rifiuti tossici» – passando attraverso i grandi misteri italiani, dalla morte di Enrico Mattei all’abbattimento del DC9 ad Ustica.
Ma quella di Lucarelli non è soltanto un’inchiesta narrata con grande abilità e minuzia di particolari. È una narrazione di grande raffinatezza – bellissime le pagine in cui le navi perdute sono paragonate alle balene – intersecata dalle definizioni, riprese dal dizionario Devoto-Oli, di lemmi come dietrologia, teorema, teoria, servizio. Dietrologia è la parola che ricorre più spesso. Dietrologia vuol dire che «capita che molta gente faccia cose importanti, sempre, e quando arriva la sua ora ecco che muore all’improvviso mentre sta facendo proprio una cosa molto importante. Tutto qui. Tutto qui?»
Carlo Lucarelli,
Navi a perdere, edizioni ambiente, pp. 126, € 10.00

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