Pubblicato da: Vito Santoro su: 9 Gennaio 2009
Leggendo questo bellissimo volume di Brian Wood e Ryan Kelly, Local, edito da una bella realtà dell’editoria a fumetti italiana, quale la Double Shot, mi è venuto in mente un celebre saggio del ‘96 di Tzvetan Todorov, L’uomo spaesato. I percorsi dell’appartenenza. Si tratta di una sorta di autobiografia in cui il grande studioso raccontava la propria vita di esule, che si riscopriva doppiamente esule quando tornava da Parigi, suo paese d’adozione, a Sofia, suo paese natale, per non parlare poi di un ulteriore approdo negli Stati Uniti. E quello che Todorov chiamava ’spaesamento’, andava inteso come quella strana sensazione di non sentirsi al proprio posto in nessuno dei luoghi in cui si finisce per vivere, nemmeno – o tanto meno – a casa propria: sapere che non esistono più case, nel senso di home, ma si vive in quell’out there da cui crediamo di essere ossessionati. In realtà, siamo spaesati, qualunque cosa facciamo, nel posto in cui siamo abituati a farla.
A ciò sembra riferirsi Brian Wood, lo sceneggiatore di Local, una sorta di bildungroman a fumetti, perfettamente calato nel contesto urbano americano. La storia è quella quanto mai classica della ragazzina in fuga da tutto e da tutti. Megan McKeenan è una teen ager con tutti i problemi tipici della sua età. Refrattaria a modelli di vita preconfezionati, spesso incapace di scegliersi le giuste amicizie, a volte involontaria passaguai – si trova presa in ostaggio da uno psicotico hitcher – la ragazza, alla continua ricerca di una propria identità, intraprende un viaggio iniziatico a spasso per l’America, munita solo di un piccolo zaino.
Il palinsesto del graphic novel è organizzato in dodici capitoli autoconclusivi, ognuno incentrato su un anno della vita della giovane vagabonda e caratterizzato da un diverso registro narrativo, passando dalla commedia sentimentale al dramma psicologico al thriller. Così vediamo il percorso di crescita di Megan e di quanti la circondano. Tra essi si segnalano le figure di Nicky – al quale Megan indirizza cartoline che tracciano la mappa dei suoi spostamenti, come avveniva in Un Bacio appassionato di Wong Kar Way – ragazzo mosso da impulsi autodistruttivi, sorta di doppio deformato della protagonista. O il fratello Matthew, plagiato da un padre che istiga in lui l’odio per le donne e l’amore per l’alcol, facendolo crescere nell’incapacità di stringere rapporti umani. O la madre della protagonista che sembra spingere la figlia alla fuga e alla continua ricerca di sé.
Una ricerca quanto mai complessa e difficile. Basti pensare al bellissimo quinto episodio ambientato ad Halifax, dove Megan, cassiera del cinema Oxford, mette ogni sera un badge che indica un nome diverso, innescando un gioco fatto di continui cambi di identità. Non a caso, la ragazza – al pari del protagonista del romanzo di Jonathan Safran Foer Ogni cosa è illuminata – è solita raccogliere e conservare piccoli oggetti, cartoline, polaroid, tesserini, con i quali dare senso alla propria esistenza. Oggetti che vengono rubati ed esibiti in una mostra d’arte contemporanea dalla segretaria, aspirante artista, dello studio dove Megan lavora. Sembra che Wood si identifichi nelle parole della giovane artista quando costei dice: «una serie di oggetti smarriti, organizzati sequenzialmente, diventano una storia, che è molto più della somma delle singole parti». Il che equivale a sottolineare l’essenza del fumetto, arte sequenziale appunto.
Impreziosiscono il volume le bellissime tavole di Ryan Kelly, capace di assecondare in pieno la sceneggiatura di Wood, e a volte di sostituirla, come avviene nel secondo capitolo, tutto fatto di sguardi e silenzi, chiaramente ispirato a Ferro 3. La casa vuota di Kim Ki Duk.
Da leggere assolutamente.
Brian Wood & Ryan Kelly, Local, Double Shot, pp. 352, € 18.00
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