Pubblicato da: Vito Santoro su: 9 Marzo 2009
Dopo la trilogia Pi greco – Il teorema del delirio, Requiem for a dream e The fountain, tutti animati da virtuosismi stilistici quasi barocchi, in questa sua nuova opera, The wrestler, trionfatrice dell’ultima Mostra veneziana, Darren Aronofsky opta per un registro stilistico da cinema verità con macchina a mano e montaggio quanto mai semplice ed essenziale. In questo modo il regista ci conduce in un mondo fatto di ring, palestre, spogliatoi sporchi, anabolizzanti, volti tumefatti e articolazioni lesionate.
The wrestler è soprattutto un film sul corpo del suo meraviglioso protagonista, Mickey Rourke. Non a caso, il volto – completamente stravolto e tumefatto – dell’ex divo appare sullo schermo, dopo ben cinque minuti dall’inizio della pellicola. Cinque minuti nel corso dei quali Aronofsky passa in rassegna lungo i titoli di testa gli articoli e i manifesti relativi agli incontri che avevano reso celebre negli anni Ottanta Randy Robinson “The ram”, “l’ariete”, per poi seguirlo di spalle nei giorni nostri aggirarsi nel mondo delle palestre.
Del resto, solo il corpo fornisce all’ex campione la possibilità di riscattarsi dalle delusioni e dai fallimenti di una vita vissuta sempre pericolosamente: «Il posto dove mi faccio realmente male è lì fuori, non il ring», dice il rassegnato Randy all’amata spogliarellista, poco prima di tornare a combattere contro uno dei suoi rivali storici, nonostante l’infarto.
Solo attraverso il martirio del corpo – perché il wrestling non è solo finzione – solo divenendo una versione degradata del Cristo gibsoniano (ridicolizzato, e a ragione, in uno dei dialoghi del film), Randy può sfuggire alle sconfitte della vita, o quanto meno momentaneamente accantonarle. Fuori della palestra, egli non può fare altro che lavorare come salumiere in supermercato alle prese con bisbetiche clienti o aggirarsi in uno squallido locale di lap dance o procurarsi sesso a pagamento da consumare in un bagno pubblico o cercare di ricucire con la figlia lesbica quel rapporto pressoché irrimediabilmente distrutto da anni di continue assenze e di gravi mancanze.

Ma The wrestler è anche la messa in scena della fine dei miti degli anni Ottanta, cioè dell’ultimo decennio in cui è stato possibile per tutti coltivare una qualche speranza in un mondo nuovo e diverso. Decennio la cui icona indiscussa era appunto il bellissimo Mickey Rourke di Rumble fish, di Nove settimane e mezzo e dell’Anno del dragone. Il decennio dell’hard rock più bello, quello dei Def Leppard e dei Guns N’ Roses: poi «è arrivato quel frocetto di Kurt Cobain», si dice nel film.
Infine, The wrestler è anche la rivincita di due attori usciti dal grande giro hollywoodiano, quali Rourke e Marisa Tomei, che con la loro prova conferiscono ai propri personaggi una potenza scenica tale da renderli quasi reali. E di un cineasta quale Darren Aronowsky, le cui quotazioni erano un po’ al ribasso dopo l’insuccesso di The Fountain.
La chiusura poi affidata alla voce Boss Springsteen (autore dell’inedita canzone che dà il titolo al film) suggella splendidamente il tutto.
The Wrestler è un film di Darren Aronofsky del 2008, con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu, Mark Margolis. Prodotto in USA. Durata: 105 minuti.
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