Pubblicato da: Vito Santoro su: 23 Aprile 2009
Acab di Carlo Bonini (Einaudi, pp. 198, € 16,50) è un gran bell’oggetto narrativo. Chiamiamolo così, oggetto narrativo, con questa espressione cara ai Wu Ming e alla loro scoppiettante Nuova epica italiana. visto che non è in senso stretto un romanzo e neppure un reportage, anche se tutto quello che vi è raccontato è realmente accaduto. Ci troviamo nei territori del fictual, ibrido tra narrativa documentale e narrativa di invenzione (fictual: crasi tra fictional e factual): «questa è una storia vera» – si legge nell’avvertenza al lettore – «una storia narrata attraverso la scrupolosa raccolta di documenti, atti processuali e testimonianze dirette di chi ne è stato partecipe».
Acab – acronimo di All Cops Are Bastards, refrain di un famoso motivo degli anni Settanta – è incentrato sulle vicende di tre celerini nell’arco di sette anni, dal pestaggio della scuola Diaz durante il G8 di Genova fino agli scontri dinanzi alla discarica di Pianura. Sette anni di violenze e di scontri tra poliziotti e ultras, accomunati da un odio profondo, da una rabbia che dalla borghesia si è diffusa agli strati popolari, che li conduce a una concezione dell’esistenza regolata dalla legge del più forte.
«Il contagio è avvenuto. Parlate, parliamo la stessa lingua. Stessa lingua, stessi desideri, stesso egoismo. Stesso odio». È questa la disincanta constatazione che fa lo zio ricco al vicequestore Michelangelo Fournier, uno dei protagonisti del libro. Si tratta di un contagio che ha trasformato i poliziotti in bombe ad orologeria pronte ad esplodere. Bombe fedeli al caos, non all’ordine.
Nascondendo, al contrario di Saviano nel suo giustamente celebre Gomorra, il proprio io dietro un’istanza narrante impersonale, Bonini segue i suoi personaggi, scava nella loro personalità e analizza le loro frustrazioni che trovano sfogo in una ideologia fascista rozza e muscolare. L’autore entra perfino nelle chat della polizia, trascrivendone per intero i contenuti, inneggianti ad un esasperato e delirante superomismo.
È questo il punto nodale del libro. Questi celerini non costituiscono una minoranza deviata, e quindi facilmente estirpabile. Dalle pagine di Acab emerge la convinzione che, come i marines di Full metal Jacket di Stanley Kubrick, questi uomini sono stati programmati per picchiare e per combattere. Sono divenuti macchine da guerra del tutto incapaci di distinguere un militante no global da un delinquente, un ultras da un semplice tifoso, che pur abbonato in tribuna vuole seguire la partita in curva.
È un viaggio nel paese dell’odio quello raccontato dal cronista di «Repubblica». Un viaggio che inizia con la descrizione adrenalinica, letterariamente magistrale per la velocità del racconto e la secchezza dei dialoghi, di un inseguimento automobilistico tra Ultras della Roma e del Napoli sull’Autosole del settembre ‘07. Poi torna indietro nel tempo ai fatti di Genova per proseguire col racconto di un presidio al Cpt. Fino alla descrizione allucinata di una Roma piena di rabbia e assetata di vendetta, dopo lo stupro e l’uccisione di Francesca Reggiani per mano del rom Nicolae Mailat, con i poliziotti e i teppisti accomunati dall’ideologia del «padroni a casa nostra», declinata in chiave iperviolenta e xenofoba (molte simile al recente tentato linciaggio degli stupratori di Guidonia). Per passare ai fuochi di Pianura, che hanno per protagonisti le stesse Teste matte che infestano la domenica il San Paolo, braccio armato di una borghesia tutt’altro che illuminata. E finire davanti a una tavola imbandita con mozzarella di Mondragone e bottiglie di Fiano. Segno che ogni cambiamento è impossibile: l’Italia è un paese a forma di stivale. Stivale di celerino.
Uscito su “incroci”, gennaio-giugno 2009
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