Pubblicato da: Vito Santoro su: 28 Aprile 2009
Nel saggio La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, uscito nel 2006, Antonio Scurati aveva osservato come nel corso del Novecento quasi tutte le esperienze dell’individuo fossero state filtrate attraverso la lente, più o meno deformante, dei mass media. Da qui l’assottigliamento dei confini tra realtà e finzione, la sostituzione della vita vissuta con l’immaginario collettivo, costruito/imposto dagli apparati mediatici, che nel terzo millennio avevano fatto entrare la letteratura in corto circuito con la vita reale, facendola deragliare verso l’inesperienza. E appunto nell’inesperienza lo scrittore individuava il nuovo trait d’union tra l’io e il mondo (o l’assenza del mondo), quel «nuovo senso di “nullatenenza assoluta”», da cui traevano origine i romanzi contemporanei. Non a caso, Scurati notava come anche i libri più ingenuamente autobiografici affondavano le loro radici non nel vissuto, ma nei materiali dell’immaginario, vale a dire nei libri o in quei simboli offerti in grande quantità dal cinema e dalla tv. Si era così affermata la retorica dello storytelling, che aveva svolto, a suo dire, una funzione ‘correttiva’ nei confronti del romanzo italiano, dopo la grande carestia degli anni Settanta, al prezzo però di confinare lo scrittore in una posizione di minorità intellettuale, non essendo a lui più richiesta una ‘visione del mondo’, ma semplicemente una discreta perizia nell’intreccio.
Ebbene, mi sembra che con questo Il bambino che sognava la fine del mondo, sua quarta, e più riuscita, prova narrativa, Scurati abbia voluto realizzare appunto un romanzo-saggio sull’oggi, inteso come età dell’inesperienza, come età in cui è scomparsa la diretta correlazione tra le cose e la loro intelligenza, tra i fatti e la loro interpretazione.
La vicenda si svolge a Bergamo. La madre di una piccola alunna della scuola materna Rodari rivela che la figlia ha subito orribili violenze da parte di due maestre – forse legate da una relazione omosessuale – da poco giunte in città (vengono da Brescia, dove erano state assolte da accuse di pedofilia); di una insegnante di colore, di origine nigeriana, attiva presso la scuola con l’incarico di responsabile dell’integrazione dei figli d’immigrati; e di un prete molto noto in città, anche perché fondatore di una delle prime comunità italiane per il recupero dei tossicodipendenti.
Seguono altre denunce. L’asilo diventa la “scuola degli orrori”. Si scatena una isteria collettiva, una «pestilenza dell’anima e delle menti», che genera un clima da caccia alle streghe. La città sembra fermarsi. Le famiglie perdono la loro coesione, le strade la loro vivacità. Si entra «in un’orbita del linguaggio dove non si da(va) più nessuna articolazione. Attratti dall’irresistibile forza di gravità di quel pianeta nero, vortica(va)no soltanto verbi e sostantivi». Su Bergamo, come in passato su Cogne o Erba o Garlasco, si appunta l’interesse morboso dei media, con la nascita di un vero e proprio mercato, dove “sensazionali rivelazioni” vengono messe in vendita dai pool legali di accusa e di difesa alla migliore testata giornalistica offerente.
È un Io-narrante, controfigura letteraria dello scrittore, a reggere nel romanzo le fila della vicenda. L’uomo, un docente universitario, costretto dalla sua attività di opinionista del quotidiano «la Stampa», nonché di occasionale ospite del salotto televisivo di «Matrix», si spinge, finendone sempre più coinvolto, in questa spirale perversa di sospetti, delazioni e fanatismi religiosi (un ruolo determinante nel rendere incandescente il clima cittadino è svolto da un movimento di carismatismo cattolico). E lo fa portando avanti una dolorosa inchiesta personale, corroborata, oltre che dalle testimonianze raccolte, da un’ampia selezione di statistiche e di articoli di giornale, con tanto di nomi ben noti, come Massimo Gramellini ed Enrico Mentana.
Tuttavia, dopo uno sconcerto iniziale, il lettore si accorge ben presto che quello che ha tra le mani non è un real novel alla Carlo Lucarelli, vale a dire un libro dove i fatti e i personaggi della cronaca vengono raccontati secondo le modalità della fiction, in una via di mezzo tra saggistica investigativa e narrazione. Il lettore, dicevo, si accorge ben presto che nulla di quanto riportato ne Il bambino che sognava la fine del mondo è davvero avvenuto, sia perché avrebbe conservato il ricordo di un fatto così eclatante – e della grancassa mediatica che ne sarebbe derivata – sia perché i materiali extraletterari rinviano tra le righe ad altri fatti di cronaca nera, dalla vicenda di Rignano Flaminio ai casi di pedofilia avvenuti in Belgio, dalle accuse a don Gelmini al ‘fattaccio’ della ragazza uccisa con la punta di un ombrello nella metro di Roma.
Questi testi sono, infatti, stati tutti manipolati da Scurati – con quella grande abilità di pasticheur, già esibita nel suo precedente romanzo, Una storia romantica (2006), ambientato durante le Cinque giornate di Milano – in un considerevole dispiegamento di effetti ‘speciali’ di realtà, al fine di ottenere quello che Walter Siti nel corso di una intervista, ebbe modo di definire un «realismo d’emergenza e di resistenza». Vale a dire, un realismo consistente nell’attribuire fatti esplicitamente fittizi a persone reali e/o nell’immergere gli avvenimenti veri in un flusso che li falsifica.
In questo modo Scurati scatena un corto circuito tra fiction e non fiction. Solo così forse si può raggiungere una qualche verità nella modernità dell’inesperienza, nella modernità dell’«irrealtà quotidiana», quella che – si legge nel romanzo – vede trionfare non ciò che si finge reale, ma quello che si illude di esserlo, con l’osceno a sostituire il tragico.
Emerge così dalle pagine del Bambino che sognava la fine del mondo il ritratto di una società soggiogata da una paura diffusa, indistinta, sfuggente, e per dirla alla Bauman, ‘liquida’ e ‘socialmente derivata’. Una paura che si cerca, a puro scopo consolatorio e tranquillizzante, di individuare e concretare in Satana e nello straniero scuro e barbaro, sua emanazione. Una paura figlia anche di uno sfacelo culturale, che ha il suo emblema nello sfacelo di una università, popolata da studenti – ormai prossimi alla laurea eppure incapaci di «coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso» – che nel corso dell’esame «smozzicano frasi perlopiù insensate, ciancicano frattaglie di nozioni irrancidite, rimasticano rigurgiti di conoscenze andate a male».
Dinanzi a questa realtà l’io narrante marca la propria diversità, senza puntare all’esibizione di una esperienza, quanto piuttosto, al pari del Siti di Troppi paradisi o dell’Easton Ellis di Lunar park, ad una analisi di secondo grado del proprio essere. Lo scandalo, infatti, lo spinge a riflettere – attraverso una serie di flash, che in corsivo, si inseriscono nel corso della narrazione – sulla propria infanzia di bimbo sonnambulo e di figlio indesiderato (la madre avrebbe voluto abortirlo). Forse da qui deriverebbero la sua abulia e il suo iniziale rifiuto della paternità. Non a caso, campeggia sulla copertina del romanzo la foto dello stesso Scurati bambino con i grandi occhi azzurri rivolti verso un indistinto altrove. Rivolti forse verso una fine che è già arrivata.
Uscirà sull’Immaginazione
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