[La vita segreta delle parole]

Walter Siti, Il canto del diavolo

Pubblicato da: Vito Santoro su: 6 Maggio 2009

SitiDIAVOLOesec.inddWalter Siti ha riflettuto a lungo sulla tendenza – economica, sociale e antropologica – dell’intero Occidente a sostituire dio con la merce, in altre parole, a “comprarsi il paradiso in terra”, attraverso un intenso lavorio sull’immagine, la sola a poter essere perfetta e, soprattutto, acquistabile. «Quanto più – si legge nel capolavoro Troppi paradisi, recentemente rieditato in edizione tascabile da Einaudi – l’economia contemporanea costringe gli uomini a vivere separati e quindi in debito di realtà, tanto più questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica, come nessuna ha potuto essere prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate». Ciò ha determinato lo sviluppo di quello che lo scrittore ha definito “post-realtà”, vale a dire di una realtà intermedia, né vera né falsa, in cui la rappresentazione ha sostituito le cose, riducendo la vita a simulacro. Si è affermata così, a suo dire, una vera e propria “artistizzazione di massa”, irradiata principalmente dal mezzo televisivo. È l’avveramento di quella estetizzazione collettiva sognata dai surrealisti, sia pure in una forma tutt’altro che eroica, in quanto degradata dalle regole del profitto. Non può essere altrimenti, visto che sono gli artisti e in particolar modo, gli ‘artisti realisti’, tipici dell’arte occidentale, «gli specialisti dell’immagine come surrogato del vero».

Per questa ragione, non deve stupire che, invitato da Rizzoli a scrivere un travelogue per l’ottima collana “24Sette Stranger”, Siti abbia scelto di recarsi negli Emirati Arabi e di raccontare il suo soggiorno – avvenuto nell’ottobre 2008,«quando la crisi economica era alle prime avvisaglie» – nel libro Il canto del diavolo (Rizzoli, Milano 2009, pp. 210, € 16.50). Infatti, in questo ricchissimo lembo di terra situato nel Sud-Est della penisola araba, il progetto politico dell’Occidente, fondato su una vera e propria mistica del consumo, ha vissuto il suo momento di massimo trionfo. A Dubai, «dove tutta la città è periferia», i centri commerciali – osserva l’autore del Contagio – costituiscono l’«equivalente di quello che nella vecchia Europa sono le chiese e i musei». Queste strutture rappresentano il punto più alto del tessuto urbanistico: «mentre nei grandi magazzini otto-novecenteschi il luccichìo del contenitore era un pretesto per vendere la merce, ora la merce è un pretesto per convogliare i turisti verso le cattedrali della nuova bellezza standardizzata e pulsante di superficialità». Non solo. Guardando il Burj al-‘Arab, l’albergo dalla caratteristica forma di vela più alto e più lussuoso del mondo – sette stelle! Costo della suite imperiale: 18.000 $ a notte – Siti nota come qui «i plastici sono esattamente identici alla loro realizzazione – sia per la perfezione con cui sono eseguiti, sia per un’impalpabile carenza nella realtà […] sarà la geometria troppo esatta, o i materiali sintetici, o una generale assenza di anima per eccesso di plagio».

In questo paese la pubblicità, pur pervasiva, non si fa ricorso a immagini di nudo – «la cosa più nuda sono le facce» – perché il Potere mira a favorire una piena libertà di mercato, facendo bene attenzione al fatto che questa non si accompagni ad una piena libertà di costumi. Del resto, uno dei maîtres-à-penser della megalopoli è Walt Disney, che negli ultimi anni della sua vita si distaccò, per così dire, da Cartoonia, per dedicarsi a visionari progetti edilizi, chiamandovi a lavorare grandi architetti per edificare “il paese più felice del mondo”. Dubai City si presenta, infatti, come l’ideale continuazione di Disneyland, che era stato appunto il primo tentativo di trasformare un ‘non luogo’ in un’attrazione turistica, o per meglio dire, neo-turistica, in quanto meta di un «turismo che va a visitare ciò che non esiste». Non a caso, la città è piena di cartelloni con frasi del papà di Topolino, tipo «if you can dream it, you can do it» o «it requires people to make the dream a reality». «è a questo punto – scrive Siti riallacciandosi agli studi seminali di Ejzenstejn e di Benjamin – che Dumbo e Bambi, e Pippo e Clarabella e Zio Paperone, mostrano il loro lato oscuro: dove la beata fiducia nell’onnipotenza dell’estro diventa convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale; dove un crocevia di convivenze tende alla sordità asettica del plastico e del prototipo – come se il mondo, per essere felice, dovesse ridursi alla parodia di se stesso».

È quello che l’autore definisce “Il lato oscuro di Walt Disney”. Infatti, se l’alter ego di Siti in Troppi paradisi poteva dire «come l’Occidente, ho l’arroganza di comprare gli uomini», negli Emirati è l’Occidente stesso ad essere stato acquistato a buon mercato, come un prodotto qualsiasi pronto per l’uso, un vero e proprio «stereotipo da importazione».

Ma Il canto del diavolo non è solo un viaggio tra malls e alberghi scintillanti, tra le cattedrali del consumo. Quei luoghi Siti li ha frequentati nella prima settimana del suo soggiorno in compagnia dell’amato Massimo, dilapidando l’anticipo fornitogli dall’editore. Poi, accompagnato l’amico all’aeroporto, lo scrittore si aggira solo lungo le strade di Dubai, di Abu Dhabi e Fujiarah, strade gigantesche, che non prevedono l’esistenza di pedoni. Da questo momento inizia un reportage, per così dire, ‘dal basso’, con lo scrittore pronto a registrare il ‘brusio’ delle voci di quanti si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro delle metropoli emiratine. Tra queste voci, quelle di alcuni lavoratori immigrati, impegnati nei giganteschi cantieri, e quelle delle studentesse della Zayed University. Per queste ragazze «la poesia beduina è lontana come la luna» (sono state cresciute da tate inglesi e l’unico corso a impostazione letteraria che frequentano è quello di “Lingua e letteratura inglese”) e tra passato e presente non esiste una correlazione ma una cesura netta.

Eppure, alla fine del viaggio a Siti viene quasi voglia di fare il tifo per questa terra, emblema di una “devastazione”, figlia di una natura umana sempre tesa verso «forme semplici e non strutturate di desiderio». Per lui, la cultura della borghesia occidentale ha ormai miseramente fallito, così non resta che abbandonarsi alla «allucinazione di un dopo storia in cui la differenza tra paradiso e inferno sarà azzerata sull’atlante del piacere».

Uscito su “Liberazione” del 5 maggio  2009

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3 Risposte a "Walter Siti, Il canto del diavolo"

Sono italiana residente da anni a Dubai e tornata in Italia per due settimane appena dopo la pubblicazione di questo libro, che sono stata quasi costretta a comperare per difendermi da attacchi diretti.
Prima di tutto Siti ha visitato Dubai da turista e quindi vedendo solo cose che un turista vuole vedere, nonostante spunti di approfondimento lasciati poi a metà.
In ogni pagine vi ho trovato imprecisioni e attacchi fuori luogo dettati forse dalla mediocre conoscenza della lingua inglese. Un esempio per tutti: se chiedi indicazioni su dove trovare la Banca Nazionale per cambiare soldi al di fuori dell’hotel, prima di tutto ci sono sportelli ovunque e non occorre andare alla sede centrale facendo una scarpinata sotto il sole. Questo non vuol dire che la gente del posto non conosce la città, ma forse che lui si è espresso male o non ha dichiarato la sua intenzione di cambio.
Ha visitato gli Emirati con gli occhi della sua propria cultura, tirando fango su cose a lui estranee, ma non per questo una cultura diversa è necessariamente negative.
Non si è chiesto ad esempio, salendo sul pulman di imprenditori italiani, come mai vi fosse un produttore veneto di vini, venuto a vendere il proprio prodotto in un paese islamico? Non so chi organizzasse questo viaggio, ma mi è subito sembrata una farsa… E la “truffa” che ha poi dato il via ad una petizione sul pulman è partita da italiani, non da gente del posto…
Parla di “accanita pianificazione” come il vero guaio della città… Ebbene sì, mio caro Siti, forse pianificando e avendo delle regole che vadano rispettate, le cose funzionano meglio! E’ un guaio volere che le cose funzionino, avere una società che rispetta le regole, dove tutti controbuiscono con una propria produttività al benessere collettivo? E dove no, non è permesso al tuo amico Massimo di prendere la guida di un taxi e di guidare sulla corsia di emergenza com’è abituato?
Se un arabo facesse questo a Roma, cosa gli succederebbe?
Non è forse vietato guidare sulla corsia di emergenza?
Con l’Italia dei furbi siamo arrivati al punto che se rispetti le regole sei un deficiente e alla fine tutti si arrangiano imbrogliando.
No, a Dubai non è tutto rose e fiori, come molti in Europa vogliono vedere, ma almeno qui le regole vanno rispettate. Se non ti piace, rimani pure dove sei, perchè i furbi qui non sono ammessi.
E non parlo da ricca occidentale che vive in villa con la servitù asiatica che non costa nulla. Ho uno stipendio normalissimo, lavoro anche 12 ore al giorno e vivo in un appartamento normalissimo.
Se vieni a Dubai per vedere le cose da bravo italiano, con i paraocchi che non ti permettono di vedere altre culture al di fuori della tua, perchè viaggi?
Hai visto il museo di Dubai e hai disprezzato la cultura e il patrimonio culturale locale, tralasciando altri musei storici importanti.
Certo, qui l’aereo è arrivato prima della ferrovia… Forse perchè la ferrovia in mezzo al deserto non ha senso. Ma rimani pure in Italia a costruire “cattedrali nel deserto” (ci sarà un motivo per questo modo di dire, no?!) e a pensare che solo se violi le regole puoi vivere bene.
Libro superficiale, non c’era nulla di investigativo, povero nei contenuti e nelle informazioni. Almeno fosse stato comico!

cara Lolly, visto che ti dai un gran daffare a stroncare qua e là il libro di Siti (pure su IBS), ci viene da pensare che probabilmente tu lavori all’ufficio del turismo di Dubai e che il tuo incarico consista in quello che stai facendo: contrapporre pochi e discutibili argomenti (dettagli, per lo più) ad un libro che non pretende di dettare verità assolute ma di dare degli utili spunti di riflessione al turista come al viaggiatore o anche a chi a Dubai non ci metterà mai piede ma è semplicemente interessato a capire cosa sta dietro al fenomeno di questa chiaccherata città. Che non è, per inciso, tutta rose e fiori perchè presenta punti oscuri che di sicuro meritano approfondimenti che vanno al di là della confutazione di piccoli episodi, come quello da te citato, della banca. La schiavitù della manovalanza indiana, pakistana ecc., il loro ritiro dei passaporti e le loro condizioni disumane sono un dato di fatto inconfutabile che è stato recentemente discusso anche da una serie di articoli del”Independent in Inghilterra (e tradotto in Italia sulla rivista “Internazionale”). Il fatto che Dubai sia sull’orlo della bancarotta e sia stata salvata dal petrolio della vicina Abu Dhabi è un altro dato di fatto preoccupante, come l’assolutismo feudale che vi regna (mascherato dietro il liberismo di facciata) e la rigida divisione in classi basata sulla nazionalità (autoctoni, expats anglo-sassoni, schiavi asiatici). Insomma, è di sicuro un posto che presenta ampie zone d’ombra ma, come si sa, non è tutto oro quel che luccica. E Dubai sul luccichio sta investendo tutto, forse troppo, quando basta scavare un poco sotto la superficie per rendersi conto che questa città racconta un milione di bugie al secondo.

Gent.ma Lolly,
io non ho mai visitato gli Emirati. Mi sono limitato ad analizzare il libro di Siti e a cogliere quegli elementi che lo pongono in relazione con la sua opera narrativa, in particolare, con Troppi paradisi.
Va detto, comunque, che in genere gli scrittori – pensiamo a Calvino o a Parise – nei loro resoconti di viaggio in un paese tendono a cercare la conferma di quanto da loro immaginato di quel paese stesso.

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