[La vita segreta delle parole]

Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile

Pubblicato da: Vito Santoro su: 15 Maggio 2009

einaudiChiosando la quarta di copertina de Lo Stadio di Winbledon, l’importante esordio di Daniele Del Giudice del 1983, Italo Calvino scriveva che in quel romanzo lo scrittore, allora trentaquattrenne, «cercherà di rappresentare le persone e le cose sulla pagina, non perché l’opera conta più della vita, ma perché solo dedicando tutta la propria attenzione all’oggetto, in un’appassionata relazione col mondo delle cose, potrà definire in negativo il nocciolo irriducibile della soggettività, cioè se stesso». Con queste parole l’autore delle Lezioni americane, oltre a fissare le caratteristiche essenziali del libro, tracciava direi quasi profeticamente, i termini della successiva ricerca letteraria di Del Giudice, che, non a caso, molti anni dopo, nel 2001, ebbe modo di dichiarare in un’intervista che il vero, e imprescindibile, talento dello scrittore consisteva tutto, a suo dire, nella sua capacità di «saper non essere niente». «Devi essere nulla – sono sue parole – devi sapere essere assolutamente niente, perché tu possa immaginarti come il filamento di una lampadina, come la radice di un albero, come una formica, perché tutto ti attraversi, ti attraversino i linguaggi, ti attraversi la vita, ti buchi ti perfori, ti lasci se non delle cicatrici almeno dei timbri di francobolli di altri paesi, di altre nazioni. E dopo ascolti le storie». In quest’ottica, colui che è impegnato in uno di quei «mestieri che hanno a che fare con l’espressione» deve predisporre se  stesso all’ascolto, facendo della propria pagina una, per così dire, mappa di immagini e suoni.

E recentemente in un dialogo con Claudio Magris, apparso sul «Corriere della sera» in occasione della uscita della sua ultima fatica, Orizzonte mobile, Del Giudice ha sottolineato il fatto che «i personaggi, come le persone, non hanno un fondamento nell’Io anche se forse soffrono la lacerazione dovuta alla perdita di quel fondamento». Da qui l’individuazione dell’essenza del racconto nella “relazione” tra l’io e le cose. Una relazione, peraltro, assai sfuggente, spesso indecifrabile, che forse solo la scrittura misurata e tenuta in pagine dallo splendore adamantino, può fissare. Infatti, il quanto mai omogeneo e coerente corpus narrativo dell’autore romano, ormai veneziano d’adozione – dal citato Lo stadio di Wimbledon ad Atlante occidentale; da Nel museo di Reims a Staccando l’ombra da terra; da Mania fino a quest’ultimo Orizzonte mobile – è dominato dalla ricerca incessante di sonorità e di immagini attraverso due movimenti continui, l’uno nello spazio, l’altro nel tempo. Movimenti che si intrecciano e si dissolvono quasi cinematograficamente l’uno nell’altro, a raggiungere una nuova dimensione ibrida, quasi pietrificata, paragonabile a quella in cui era immerso con il suo «delirio di immobilità» l’Arsenio montaliano.

Così Lo stadio di Winbledon è un romanzo privo di conclusione a rispecchiare l’irresolutezza di un ulisside io narrante, che tende incessantemente ad una meta e al contempo, alla fuga e al non ritorno. E Staccando l’ombra da terra si presenta come una raccolta di racconti, dominata dall’alternanza di registri stilistici, fornendo all’insieme dell’opera una tensione centrifuga, che ne mina alla radici la coerenza strutturale, bilanciata da una tensione centripeta ipostatizzata dalla ripresa del personaggio dell’istruttore, sotto nome proprio o sotto mentite spoglie, nel presente di fine ventesimo secolo o agli albori dell’aeronautica.

Analogamente Orizzonte mobile è costituito dall’assemblaggio di pagine in cui Del Giudice racconta una sua esperienza personale in Patagonia e in Antartide, «il più profondo e radicale dei Sud, un gelido Meridione», avvenuta nel 1990 (quella da cui ricavò una serie di sei articoli, pubblicati sul «Corriere», sotto il titolo Diario di uno scrittore nelle estreme regioni australi), alternate ad altre derivanti dalla riscrittura dei taccuini di due esplorazioni nell’Antartide di fine Ottocento – «altrimenti sconosciuti alla maggioranza dei lettori» – quali quelle dell’italiano Giacomo Bove e del belga Adrien de Gerlache. Questi scritti – si legge nel romanzo – «sono una letteratura, ma non si tratta di ‘libri di viaggio’; per l’affresco storico, la forza della passione, la densità del mistero e un ethos sulla soglia dell’incognito e per gli apparati scientifici sono gli ultimi e veri grandi racconti di avventura, il genere che Stevenson, nella sua classificazione del romanzo, definiva il più sensuale, dove gli autori furono anche personaggi e parti in commedia». Precede il tutto il resoconto particolarmente dettagliato di un altro viaggio, più recente, fatto dallo scrittore nel 2007. Resoconto però di un viaggio mai avvenuto.

Ne deriva un racconto formato da più storie, che in realtà sono un’unica storia, e dominato più io narranti, che in realtà sono un unico io narrante perché ognuno è costituito non solo da se stesso ma anche dalle esperienze analoghe capitate ad altri: «ogni orologio un fuso, ogni fuso un filo, lungo i fusi le storie colano giù, colano fino a te che nel frattempo sei già arrivato laggiù a guardarle dal di sotto». In questo modo si assiste in Orizzonte mobile a un vero e proprio superamento dell’hic et nunc in favore di una extradimensione sovraspaziale e sovratemporale. Del resto, gli esploratori nel corso dei decenni si sono tutti mossi in una terra dotata di un’essenza quasi metafisica e perciò capace di vincere il tempo. Qui, infatti, bastano pochi chilometri a separare un fuso orario dall’altro, e poi, «la posizione del sole impone(va) il suo ritmo alla giornata e l’orologio ne impone(va) un altro». Qui il «paesaggio-passaggio» si estende per chilometri e chilometri sempre uguale, tanto che i quattro viaggi sembrano svolgersi lungo lo stesso asse temporale. Qui la presenza dell’uomo è pressoché accidentale. Ragion per cui a prosperare sono solo i pinguini grazie alla loro natura di «grandi incompiuti»: questi animali «non ce l’hanno fatta a diventare pesci, dato che l’acqua non è il loro elemento definitivo; pur essendo uccelli non volano più».

Questo “pozzo freddo della terra” dal nucleo perenne, chiamato Antartide, è anche il luogo in cui «scienza esatta e phantāsia» possono collidere tra loro. «La sera, nelle baracche delle basi – si legge nel romanzo – mi è capitato di sentirne parlare dagli scienziati non diversamente da come alle nostre latitudini parliamo di Emma Bovary o di Charlus». Allora, il nuovo orizzonte mobile da raggiungere, sembrerebbe essere, per Del Giudice, quello della scienza, così difficile da tradurre sulla pagina («a volte non c’è modo di tradurre il vocabolario della fisica, non sempre si hanno i verbi per raccontarla»). Perché solo misurandosi con il ‘non-letterario’, adattandosi al suo linguaggio, la letteratura può raggiungere quello che gli ermetici definivano il “Tempo Maggiore”, cioè quell’altrove ‘essenziale’ situato al di là della cronaca, e può diventare strumento di conoscenza in un presente sempre più caratterizzato dalla morte della critica e dalla catastrofe del valore d’uso. 

Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile (Einaudi, Torino 2009, pp. 142, € 16.50)

di prossima pubblicazione su “L’immaginazione”

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