Pubblicato da: Vito Santoro su: 30 Settembre 2009
Una necessità primaria anima la scrittura, tanto saggistica quanto narrativa, di Gianfranco Bettin – già prosindaco di Venezia con Cacciari – autore di libri come Nemmeno il destino (1997), La strage. Piazza Fontana, verità e memoria (1999) ed Eredi. Da Pietro Maso a Erika e Omar (2007), solo per citarne alcuni. Si tratta del bisogno di andare oltre la cronaca; di illuminare quella ‘zona oscura’ che aleggia e serpeggia all’interno e all’esterno di quella pletora di immagini e descrizioni, con cui le varie ‘cronache in diretta’ le hanno consegnate alla nostra memoria mediatica e al nostro ricordo personale.
Nel suo ultimo lavoro Gorgo. In fondo alla paura lo scrittore e sociologo veneziano parte da un episodio di nera particolarmente odioso ed efferato, avvenuto appunto nel paesino del titolo, Gorgo al Monticano, nel cuore della Marca trevigiana. Qui in una notte agostana del 2007 due anziani coniugi, custodi di una grande villa, furono sorpresi nel sonno da alcuni banditi e spietatamente torturati e uccisi. «Adesso per me andare a dormire è come essere in un incubo. Chiedo sempre a mia mamma se ha chiuso tutte le finestre e le porte. Di notte faccio incubi, non faccio sogni», scrive in un tema l’undicenne nipotina delle due vittime.
L’operosa comunità di Gorgo è sconvolta. I fatti criminosi precedenti, che avevano contribuito a diffondere un senso di in-sicurezza, non avevano preparato a nulla di tutto questo. Gli autori della strage vengono ben presto scoperti: si tratta di due albanesi – uno di loro si impiccherà in carcere, non reggendo al rimorso – e un rumeno, che funge da basista. Però dagli atti processuali emerge l’esistenza di un quarto uomo, tutt’ora in libertà.
Una “nuova paura” si diffonde pervasiva tra la gente della zona. Gli attacchi perpetrati ai danni delle ville, delle villette e delle case coloniche in assenza, o in presenza, degli inquilini – sottolinea Bettin – costituiscono una violazione dell’intimità, prima ancora che della proprietà, in quanto minacciano lo stile di vita di tutto il Nordest, fondato sulla «aspirazione ad avere una casa propria, con un giardino, un orto, uno spazio intorno, indipendente dal resto della comunità (anche se in intima relazione, di vicinato e per contiguità sociale e culturale)».
Ma la paura rinvia anche a qualcos’altro. Rinvia a un rapporto sempre più incerto tra gli abitanti e l’ambiente. Infatti, l’idea di “progresso” portata avanti dalle dottrine ultraliberiste globali, presentate come un fenomeno generoso e salvifico, ha scatenato quella “forza barbara”, che permea fin nelle radici la terra veneta. Ha scatenato quella forza arcaica e viscerale, quella vitalità indomabile, capace di mutare l’ambiente, la società e il suo destino, così ben descritta da Goffredo Parise nelle celebri pagine di Veneto “barbaro” di muschi e nebbie. Ne è derivata una dilatazione urbana senza limiti, lo sviluppo di un vero e proprio continuum industriale-cittadino, che ha reso l’esperienza spaziale del tutto ‘disorientante’.
In questo senso, le ronde leghiste non rappresentano altro che il bisogno di ristabilire un controllo diretto del territorio; cioè il bisogno di rifondare vecchi legami sociali, magari a partire dalla individuazione di un nemico, di un altro, di un intruso, vale a dire il “foresto”, lo straniero. Eppure – rileva Bettin – la Lega Nord non esprime soltanto un rancore profondo verso gli immigrati, un rancore alimentato anche, e soprattutto, per ragioni di calcolo politico (fatti di sangue analoghi per brutalità a quelli di Gorgo non hanno suscitato la stessa eco mediatica, avendo degli italiani per responsabili). Il partito di Bossi è anche portatore di un “calore emotivo”, di cui «la comunità sente di aver bisogno in un tempo difficile, inquieto, a fronte di uno stato avvertito come insensibile e lontano».
In altre parole, la Lega è riuscita, a differenza di ogni altra formazione politica, a stabilire, sia pure in maniera grossolana, po-pulista e xenofoba, un rapporto diretto con il territorio. Impresa in cui la Sinistra ha fallito. Innanzitutto per non aver compreso appieno i problemi determinati dal fenomeno della nuova immigrazione, oscillando tra «un approccio “securitario” mitigato da un po’ di “buonismo e l’adesione acritica e volenterosa ai modelli “sceriffeschi” venuti in auge col protagonismo di taluni esponenti locali – sindaci, assessori – della Lega e della destra». E poi per l’incapacità di mettere in circuito culturalmente, linguisticamente e politicamente dimensione locale e dimensione globale. Si pensi – scrive Bettin – a grandi scrittori e artisti veneti, come Luigi Meneghello, Biagio Marin, Giacomo Noventa, Andrea Zanzotto, Ferdinando Camon e Marco Paolini, solo per citarne alcuni. «Sono questi maestri e questi autori, tutti appartenenti al campo vasto e ricco della sinistra. Cosa ha saputo farne, cosa ha saputo trarne, la sinistra politica? Ne ha tratto ben poco, si può dire. La sinistra politica è corsa incontro a una modernità che non dava molto peso né al patrimonio che in questi autori si esprimeva né al paesaggio e alle sue valenze originarie».
Gianfranco Bettin, Gorgo. In fondo alla paura, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 160, € 13.00
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