[La vita segreta delle parole]

Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra

Pubblicato da: Vito Santoro su: 3 Ottobre 2009

SavatteriREGALPETRAesec.inddGaetano Savatteri, giornalista del TG5 – autore di romanzi, saggi e inchieste sulla criminalità organizzata nonché su personaggi e storie della Sicilia di ieri e di oggi – ha trascorso la giovinezza e fatto le prime esperienze da cronista a Racalmuto, provincia di Agrigento. Qui, nella cittadina natale di Leonardo Sciascia, nel 1980, egli diede vita con un manipolo di amici, al periodico «Malgrado Tutto», cui, fin dal primo numero, fu ben lieto di collaborare l’autore del Giorno della civetta, accanto ad altre grandi firme della letteratura siciliana, come Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino. E fu proprio quest’ultimo una volta, a sottolineare come quella piccola rivista di provincia avesse «il più bel titolo di giornale del mondo». «Malgrado tutto», infatti, a suo dire, «contro le insufficienze degli uomini e la cecità della storia, riproponeva un imperativo di resistenza e di lotta, rifiutava il disinteresse e la resa». In altri termini, esprimeva quell’“ottimismo della volontà” da contrapporre al pessimismo della ragione.

Sciascia, Consolo, Bufalino. Tutti ‘scrittori di cose’, la cui ricerca letteraria si è innestata sul solco tracciato da Pirandello. E ‘scrivere di cose’ – vale a dire scrivere del significato della memoria, del peso della storia e del passato, delle dinamiche sociali e familiari – riprendendo l’insegnamento di questi grandi maestri, rappresenta per Savatteri – come da lui più volte sottolineato – un vero e proprio imperativo. Non a caso, il suo esordio narrativo, La congiura dei loquaci (Sellerio, 2000) era un romanzo breve, nato quasi per gemmazione, dalle pagine delle Parrocchie di Regalpetra, precisamente da quelle dove si riferiva dell’omicidio mafioso del sindaco di Racalmuto, avvenuto la domenica del 6 novembre del 1944, di sera, in una piazza piena di gente. E nel segno della celebre opera prima di Sciascia si colloca, già a partire dal titolo, l’ultimo libro, il più bello, del giornalista scrittore, I ragazzi di Regalpetra (Rizzoli, pp. 300, € 18.00).

Seguendo le orme del suo Maestro, Savatteri, infatti, fonde in questo suo lavoro la ricostruzione dei fattacci mafiosi, avvenuti a Racalmuto negli ultimi vent’anni, con la sua biografia personale e con la storia di una comunità storicamente e geograficamente determinata. E al tempo stesso mostra come a cinquantaquattro anni dall’uscita delle Parrocchie, vale ancora quanto scritto allora da Sciascia, cioè che la vita di un paese siciliano vista dal suo interno sia lontana dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione.

I ragazzi di Regalpetra non è, dunque, un classico libro-inchiesta sulla mafia, con tanto di ricostruzione cronachistica di delitti e stragi, contabilità delle vittime, sinossi degli atti giudiziari, testimonianze e analisi sociologiche. O per meglio dire, lo è solo in parte. Savatteri da eccellente osservatore e studioso delle vicende criminali siciliane qual è, non si sottrae dal raccontare ‘ammazzatine’ e operazioni di polizia. Anzi, lo fa mettendo in mostra grandi abilità di narratore noir: capitoli del libro come La strage e La cattura si leggono come vere e proprie crime stories, peraltro letterariamente magistrali per la velocità della narrazione e la secchezza dei dialoghi. E poi a corroborare la serietà della sua ricostruzione, l’autore degli Uomini che non si voltano colloca alla fine del volume una precisa cronologia dei fatti, seguita dalle schede dei personaggi e da una ricca bibliografia.

Ma sin dalle prime pagine appare evidente che Savatteri con questo libro punti ad esplorare quel lato oscuro e nascosto del suo paese e della sua giovinezza. Egli racconta che mentre era intento a leggere alcuni atti giudiziari riguardanti l’affiliazione alla mafia di quattro suoi concittadini, nonché coetanei, il sangue gli sia “salito agli occhi”. «Avevo sempre creduto – scrive – che i ragazzi di Regalpetra fossero altri, coloro che avevano portato il loro contributo, piccolo o grande, per il paese». Le indagini, invece, rivelavano tutt’altra verità: «altri ragazzi c’erano a Regalpetra, anch’essi col diritto di fregiarsi del blasone dell’età, ma erano in realtà ragazzi di Cosa Nostra». E questo proprio in quel luogo che Sciascia aveva trasferito in pianta stabile nel territorio della letteratura e reso con la sua infaticabile attività il “paese della ragione”.

Non a caso, Savatteri vede una correlazione tra la morte dello stesso Sciascia – avvenuta il 20 novembre 1989 – e l’inizio della guerra tra gli «stiddari» e le «code chiatte», che insanguinò molti paesi delle province di Agrigento e Caltanissetta, perché un morto ammazzato ne chiama un altro un morto ammazzato ne spiega un altro, in un vero e proprio «romanzo nero a puntate». «La presenza a Regalpetra dello scrittore che per primo aveva raccontato all’Italia la mafia, funzionava – si legge nel libro – da deterrente psicologico. La mafia cresce nell’oscurità, al di fuori del passo della narrazione, lontana dalla scrittura e dalla coscienza della parola. la presenza di Leonardo Sciascia stimolava gli anticorpi sani». Il giornalista scrittore, in particolare, punta il suo sguardo su alcuni goodfellas, suoi concittadini e coetanei, con cui ha condiviso gli stessi spazi e che a un certo punto della loro vita si sono trasformati in «ragazzi della morte»: «ragazzi loro, ragazzi noi; questo è certo». Perché è avvenuto ciò? Le responsabilità – si chiede l’autore – vanno delimitate solo alla sfera personale o vanno allargate alla vasta area della coscienza collettiva?

Per cercare di rispondere a questa domanda Savatteri incontra i fratelli Maurizio e Beniamino Di Gati e Ignazio Gagliardo, ora collaboratori di giustizia, e l’ergastolano Alfredo Sole. I Di Gati individuano nella vendetta la molla che li spinse all’opzione criminale. Poi «ci provarono gusto a recitare la parte. Si calarono nel ruolo, ne respirarono i vantaggi. Pirandellianamente, scoprirono il piacere della disonestà». Gagliardo, invece, riconduce la sua scelta mafiosa ad un quanto mai generico bisogno di essere qualcuno, di «essere rispettati per ciò che si appare, non solo per ciò che si è». E nel raccontare la sua latitanza in Sudafrica, tiene a sottolineare che lì era riuscito a sviluppare quelle capacità imprenditoriali represse dal contesto racalmutese.

«Non era una lotta di potere, ma solo una stupida questione di prestigio personale», osserva Sole, una famiglia la sua tutta sterminata dalla fazione rivale. È colui che sembra più degli altri prendere le distanze dal suo passato mafioso («so che morirò qui dentro, non mi faccio illusioni. Ma sono una persona diversa adesso»). Ammette di avere attraversato «una stagione di follia». È consapevole dell’inutilità della vendetta, che non gli può riportare in vita i cari uccisi. Eppure, non ha “saltato il fosso”, non si è pentito: «avrei fatto pagare un prezzo più alto alla mia famiglia, costretta a scappare per tutta la vita senza identità. E altri dolori per tanta gente, la galera per persone che avevano rischiato la vita per me. Non me la sono sentita. Adesso, dopo quasi vent’anni di galera, che senso avrebbe?»

Torna in queste storie quell’ancestrale “familismo amorale” teorizzato da Banfield: in nome della famiglia si uccide; in nome della famiglia ci si pente; in nome della famiglia ci si consegna alle forze dell’ordine, abbandonando la latitanza. Non solo. Per garantire benessere e prosperità alla famiglia si compie e si giustifica ogni azione. Così questa concezione meramente esclusivista del nucleo familiare finisce con lo sposarsi, fino ad esserne parte integrante, con i processi di accumulazione capitalistica e con le politiche ultraliberiste, cosa peraltro già colta acutamente più di trenta anni fa da Peppino Impastato. Dinanzi a ciò, conviene sempre ricordare quella celebre massima di Brecht che recitava: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere». E continuare, ‘malgrado tutto’, una ‘lotta culturale’ contro la mafia, brandendo le armi delle scrittura, nel nome di Sciascia che vedeva nella letteratura la forma più alta e assoluta che la verità possa assumere. ‘Malgrado tutto’.

Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra (Rizzoli, pp. 300, € 18.00)

Uscito su “Liberazione” del 3 giugno 2009

 

2 Risposte a "Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra"

Ho letto con melanconia il libro di Savatteri e,da originaria siciliana,mi sono sentita coinvolta in ricordi mitici dell’infanzia e in “dicerie”di mafia.Il mio paese era il feudo di don Ciccio La Rocca!Ci sarà mai la speranza che i siciliani facciano davvero pulizia del malaffare?Me lo auguro.

Secondo me no, magari fra 30/40 anni se cominci adesso ad educare i bambini dell’asilo nido ed eliminare i pessimi esempi che quotidianamente subiscono.

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