[La vita segreta delle parole]

Walter Siti, Il contagio

Pubblicato da: Vito Santoro su: 6 Ottobre 2009

copj13Uscito su “L’immaginazione”, giugno-luglio ‘09

Due corpi avvinghiati su uno sfondo rosso sangue campeggiano sulla copertina del nuovo romanzo di Walter Siti, Il contagio. È un’immagine ricavata da un olio su tela realizzato nel 1990 da Sandro Chia, esponente di punta della Transavanguardia, intitolato Couple rouge. In essa osserviamo come il disegno delle figure si presenta come semplificato in linee di spessore variabile, veri e propri margini di contenimento di un colore che ha abbandonato ogni tensione materica per farsi liquidità trasparente, a rispondere quasi a un criterio di umori variabili.

Quasi calati una dimensione senza tempo, questi corpi sembrano emblematizzare un ossimoro, esprimendo da un lato una disposizione al racconto, suggerita dal movimento degli occhi, dall’altro una necessità di silenzio, di riservatezza, di colloquio esclusivo. Non è forse un caso che lo scrittore romano abbia scelto una figura ossimorica come sintesi iconografica della sua ultima fatica letteraria, che ne segna l’esordio per i tipi della Mondadori, dopo la monumentale trilogia einaudiana, iniziata con Scuola di nudo, proseguita con Un dolore normale e conclusa con Troppi paradisi (cui va aggiunta la silloge di racconti La magnifica merce).

Il contagio, infatti, è un romanzo o forse non lo è o forse lo è solo per rassicurare i lettori e l’editore. Siti gioca con una pluralità di percorsi narrativi e di registri stilistici, passando con equilibrio, da una cifra peculiarmente naturalistica ad una espressionisticamente ‘in soggettiva’; dall’«elogio del quotidiano» – così per riprendere il titolo di un celebre saggio di Todorov sulla pittura olandese del Seicento – alla presenza di due veri e propri saggi, collocati significativamente al centro del volume, l’uno sull’urbanistica delle borgate, l’altro sulla cocaina, vista dall’Autore come prodotto cardine della New Economy («coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo»). Ne deriva un “oggetto narrativo non identificato”, tanto per utilizzare una terminologia critica particolarmente à la page, quale quella suggerita dalla discussa, e discutibile, New Italian Epic.

Oggetto narrativo, dunque, in cui l’ipertrofico io narrante della Trilogia sembra, coerentemente con quanto dichiarato nell’explicit di Troppi paradisi – «se avrò qualcosa da raccontare non sarà su di me» – cede il passo fin dalla prima pagina a un brusio di voci (Il brusio si intitola, non a caso, la prima delle tre parti di cui si compone il libro). Le voci degli uomini e delle donne che abitano in un palazzone – come nel romanzo oulipiano di Georges Perec, La vita. Istruzioni per l’uso – di case popolari, alcune illegalmente occupate, di una immaginaria via Vermeer, estrema periferia di Roma, «un angolo di borgata che potrebbe essere tutte le borgate». Si va dal rapinatore all’ultrà, dallo spacciatore, che si trasforma in furbetto del quartiere alla femminista paraplegica, dalla filippina imprenditrice di bigiotteria alla coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker. Tutti esprimentesi nello sbrodolato romanesco alla Verdone o alla Vanzina («si vai all’ospedale ‘ndo to’ o mettono, er catetere?»).

È una varia umanità di perdenti, desiderosa di «partecipare allo schifo», per la quale le uniche testimonianze di vitalità sono rappresentate dalle prestazioni del corpo, che nelle borgate è «una risorsa, un’arma di riscatto». Al corpo appartengono gli ultimi, inestinguibili sussulti di energia, una reattività che ha origini profonde e che, se non arresta le derive della mente, almeno rende possibile qualche avvicinamento, qualche tensione e la percezione di sé nell’urgenza imprescindibile della pulsione e del patimento.

Qui si muove, straniero in un terra straniera, la figura dell’anziano Professore, «astratto nella sua metafisica», al tempo stesso narratore e narratario delle varie vicende, occhio cannibale, che tutto scruta e analizza, mosso da «una sete assurda di spiegazioni». Egli si nutre delle vite ‘anabolizzate’ dei borgatari, lasciandosene contagiare, in particolare quella dello scultoreo Marcello (personaggio fondamentale dell’opera di Siti, presente in ben quattro lavori dello scrittore, da Perché volavo, uno dei racconti della Magnifica merce, a Troppi paradisi, dal Contagio all’Intervista ‘impossibile’ a Ercole). Ne nascono pagine caratterizzate dalla predominanza del discorso indiretto libero, espediente che consente di rendere al meglio l’urgenza tipica del racconto ‘in presa diretta’, un racconto non narrato, ma quasi ‘respirato’, in una affermazione del prestigio della ‘nuda vita’.

Eppure, ben presto, all’inizio del secondo capitolo, fa capolino l’io narrante: «quello che avete appena letto è un racconto che ho pubblicato su “Nuovi Argomenti”». Falsa partenza, dunque. Falsa partenza che si ripete anche all’inizio del quarto capitolo («anche questo che avete letto […] è un racconto – l’ho pubblicato nell’edizione romana di “Repubblica” circa un anno fa»). Riaffiorare quel volto, per così dire, irreale del reale, quella messa in discussione dello statuto oggettivo del realtà, che aveva marcato Troppi paradisi, per poi scomparire di nuovo, riassorbito nella struttura naturalistica dell’insieme.

Allora, Il contagio è ossimoricamente rinnegamento e continuazione della Trilogia (ha ragione Andrea Cortellessa). Non solo. Attraverso l’ossimoro Siti tenta di risolvere l’antinomia pasoliniana nei confronti delle borgate, mitizzate in Ragazzi di vita e abiurate in Petrolio. Secondo lo scrittore, «l’appassionata analisi di Pasolini» andrebbe rovesciata: «non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”». Il modus vivendi sottoproletario ha permeato talmente in profondità la giornata tipo borghese, che ormai senza soluzione di continuità, borghese e borgataro si sono piegati all’assenza di volontà e ad uno sterile e inerte voyeurismo verso i grandi della terra, come il papa, nella migliore delle ipotesi; verso un concorrente del Grande Fratello, che assiste, come gentile testimone, alla cerimonia di inaugurazione di un negozio, nella peggiore: «il popolino romano vedeva il papa e i cardinali transitare in carrozza, il potere sfilava come fantasma di eternità non posseduta, esattamente come ora gli impiegati del terziario vedono sfilare i vip in televisione». È questo il contagio del titolo, una pandemia antropologica e culturale, una «devastazione», che ha cancellato qualsiasi ipotesi di ‘altrove’ e di ‘lontano’. Dinanzi ad essa non si può che opporre un sentimento misto di rassegnazione ed accettazione della vita e desiderio di evasione: «ma vai a casa, va’ … che ti sta cercando la morte e tu sei in giro».

Walter Siti, Il contagio, Oscar Mondadori, 2009, pp. 333, € 9.00

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