Pubblicato da: Vito Santoro su: 13 maggio 2011
Notizie dalla post-realtà. Caratteri e figure della narrativa italiana degli anni Zero (Quodlibet, pp. 162, € 18,00), da me curato, raccoglie contributi di alcuni giovani studiosi pugliesi (Domenico Mezzina, Antonella Agostino, Marco Marsigliano, Francesca Giglio): è un libro che, pur dichiarando di non mirare ad una ricostruzione storico-letteraria di tipo sistematico, si impegna tuttavia in una ricognizione attenta della produzione romanzesca dell’ultimo decennio, al fine di proporre al lettore un «piccolo spaccato della narrativa italiana degli anni Zero», soffermandosi soprattutto «su quelle opere e su quegli autori che ci sono parsi particolarmente significativi per la loro capacità di riaffermare, anche a costo di uno spietato e crudele autodafé, le ragioni della letteratura, salvandola da quella dimensione di entertainment e di infotainment di massa, cui l’ha relegata l’attuale sistema delle comunicazioni».
Secondo Vittorio Spinazzola, «nel doponovecento il vetusto ciclo avanguardistico-neoavanguardistico si è esaurito», per cui le istituzioni letterarie si sono ristrutturate «sotto l’insegna della prosa di romanzo, non dell’antiromanzo»: siamo insomma davanti ad un indubbio «primato duemillesco del romanzo realista tradizionale», a sua volta riconducibile «al diffuso bisogno da parte degli scrittori di narrare il proprio tempo e di reagire alla condizione di spaesamento» che sarebbe invece tipica del cittadino globale, e questo «anche al fine di recuperare una funzione civile da tempo smarrita». In realtà la questione è più complicata di quanto possa sembrare a prima vista: questa volontà di tornare a raccontare, comunicare, testimoniare, oggi non può più esplicarsi ricorrendo a modalità realistiche immediate e meramente restauratrici della tradizione, e questo perché nel frattempo, a causa delle mutate condizioni storiche e antropologiche, in un certo senso a cambiare è stato lo stesso statuto e la stessa percezione della «realtà» in cui viviamo: quest’ultima infatti, a causa del dominio delle merci, dei mass-media e del loro immaginario pervasivo, si è tramutata in una sorta di «post-realtà» finzionale/ reale, in cui «il ‘discorso sul mondo’ ha sostituito il mondo» e «la realtà nega la realtà», per cui la nostra è in definitiva una condizione di perenne disorientamento e di vuoto esperienziale. Ebbene, per potere descrivere tutto questo o comunque per aggirare l’impasse narrativo che ne consegue, almeno per gli scrittori più consapevoli è stato necessario sperimentare una serie di strade e di soluzioni almeno in parte nuove e alternative (pur all’interno dell’andazzo narrativo non-avanguardistico di cui si è detto sopra), soluzioni di cui in questo volume si cerca di dare conto. Negli ultimi anni si è avuto ad esempio il ricorso sempre più frequente ad una componente narrativa in senso lato ‘autobiografica’: è avvenuto infatti che molti scrittori, anche fra loro molto diversi, abbiano optato per un romanzo autodiegetico, ‘diaristico’, con la presenza di un io narrante in cui si riflette in qualche modo lo stesso autore, che ha in comune con i suoi personaggi età e vissuto. Una tendenza comprensibile, se pensiamo che quella di raccontare la propria vita o comunque prendere spunto da essa, insomma ancorarsi ai dati che ci sono più direttamente familiari e che perciò ci sembrano incontrovertibili, è una scelta che risponde pur sempre ad un reale bisogno di chiarezza, un bisogno tanto più urgente se si vive in una modernità “liquida”, sfuggente e manipolabile all’infinito. Ci sono poi dei casi in cui questa diffusa fictionalizzazione dell’esperienza individuale diventa più strategica, obliqua, illusionistica, fino a darsi nei termini della cosiddetta autofiction, cioè l’“autobiografia di fatti non accaduti” praticata con esiti notevoli da scrittori come Walter Siti, Antonio Scurati, Giuseppe Genna: scrittori che nei loro romanzi hanno dato vita «ad un vero e proprio doppio e lo hanno sperimentalmente inviato al loro posto in quella Pandora variopinta e selvaggia che è l’Italia del ventennio berlusconiano». Del resto, proprio «all’incrocio tra reportage, fiction e autofiction» si collocherebbe il caso letterario per eccellenza degli anni Zero, ovvero Gomorra di Roberto Saviano (il quale a sua volta «ha fissato sulla pagina la propria esperienza diretta di insider nel cuore di tenebra della camorra napoletana, riunendo in una sintesi superiore, e letteraria, le micro verità raccolte attraverso una ricerca sul campo»).