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	<title>[La vita segreta delle parole]</title>
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	<description>un blog di letture, visioni e chiaroscuri a cura di Vito Santoro</description>
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		<title>[La vita segreta delle parole]</title>
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		<title>Carlotto, L&#8217;amore del bandito</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Oct 2009 07:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Carlotto]]></category>
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Uscito oggi su «Liberazione»
La narrativa di Massimo Carlotto nasce sempre da un’urgenza politica e sociale. Per lo scrittore padovano, infatti, la letteratura ha preso il posto del giornalismo d&#8217;inchiesta, imprigionato da una raffica di querele intimidatorie. Così nel momento in cui è più che mai evidente il fatto che il pilastro strutturale del “sistema Italia” [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=928&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/10/copertina-big.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-930" title="copertina-big" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/10/copertina-big.jpg?w=250&#038;h=394" alt="copertina-big" width="250" height="394" /></a></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong>Uscito oggi su «Liberazione»</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">La narrativa di Massimo Carlotto nasce sempre da un’urgenza politica e sociale. Per lo scrittore padovano, infatti, la letteratura ha preso il posto del giornalismo d&#8217;inchiesta, imprigionato da una raffica di querele intimidatorie. Così nel momento in cui è più che mai evidente il fatto che il pilastro strutturale del “sistema Italia” si regge sul rapporto tra criminalità organizzate  e mondo politico, imprenditoriale e finanziario, tocca ai romanzi farsi portatori di quelle verità, che non si leggono altrove e che non si vedono nelle sedicenti trasmissioni televisive di approfondimento giornalistico, schiacciate dalla censura politica e dalle regole dell’<em>infoitaiment</em>.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Con questo suo nuovo <em>L’amore del bandito</em> (e/o, pp. 208, € 15.00), Carlotto torna nel Nordest (e non solo letterariamente, visto che da circa un anno ha lasciato Cagliari per tornare a vivere nella natia Padova) e riporta sulla scena dopo una lunga assenza il suo anti-eroe, Marco Buratti, l’Alligatore, affiancato, come al solito, dall’anziano bandito Beniamino Rossini e dall’analista Max la Memoria, già protagonisti di cinque libri, pubblicati tra il 1995 e il 2002.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">La vicenda inizia con il furto dall’Istituto di medicina legale di Padova di 44 chili di sostanze stupefacenti. Un furto tanto clamoroso quanto pieno di inquietanti interrogativi. Perché il laboratorio custodiva una quantità così notevole di droga pesante quanto per gli esami tossicologici ne bastano pochi grammi? Come hanno fatto i ladri a procurarsi la password necessaria per entrare e come hanno fatto a non lasciare alcuna traccia? Quando la notizia inizia a girare, il mondo della mala entra in fibrillazione. In particolare, un criminale serbo cerca in tutti i modi di ottenere che l’Alligatore e i suoi sodali mettano le proprie capacità investigative al servizio della risoluzione del caso. I tre, nonostante varie minacce e intimidazioni, rifiutano: il loro tutto particolare senso dell’onore gli impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto con il mondo del narcotraffico.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In seguito ad un alterco, lo slavo viene ucciso da Rossini. Questo suscita la vendetta della compagna della vittima – Greta, spietatissima capomafia – che fa rapire Sylvie, la amatissima donna dell’anziano bandito. È l’inizio di una vicenda drammatica e intricata che si dipana dal Nordest alla Svizzera, alla Francia. Una vicenda raccontata da Carlotto con la sua efficacissima scrittura asciutta, cadenzata sui ritmi della musica <em>blues</em>, con una vera e propria colonna sonora interna al testo, che va dai classici Mary Gauthier, Percy Mayfield, Elmore James  al <em>bluesman</em> veneto Marco Balestracci.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma <em>L’amore del bandito</em> non è soltanto un <em>noir</em> mozzafiato strutturato sulla base di un meccanismo narrativo perfetto, “ad orologeria”, ulteriore conferma della maestria dello scrittore padovano nello gestire <em>plot</em> particolarmente complessi. Questo libro si configura come un vero e proprio romanzo-saggio sull’affermazione delle grandi organizzazioni mafiose dell’Est, nate in seguito all’implosione del socialismo reale (interessante la lettura che fa Carlotto della guerra del Kosovo, vista come il tentativo di dare vita ad un vero e proprio ‘stato criminale’ alle porte d’Europa) e sulla catastrofe ambientale, antropologica e culturale che si abbattuta sul Nordest d’Italia. Qui l’idea di “progresso” promossa dalle dottrine ultraliberiste globali – “progresso scorsoio” l’ha definito il poeta Andrea Zanzotto – ha scatenato quella “forza barbara”, che permea fin nelle radici la terra veneta. Quella forza arcaica e viscerale, quella vitalità indomabile, capace di mutare l’ambiente, la società e il suo destino, così ben descritta da Goffredo Parise nelle celebri pagine di <em>Veneto “barbaro” di muschi e nebbie</em>. Ne è derivata una dilatazione urbana senza limiti, lo sviluppo di un vero e proprio <em>continuum</em> industriale-cittadino, che ha reso l’esperienza spaziale del tutto ‘disorientante’.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/10/massimo_carlotto.jpg"><span style="color:#000000;"><img class="aligncenter size-full wp-image-933" title="massimo_carlotto" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/10/massimo_carlotto.jpg?w=480&#038;h=698" alt="massimo_carlotto" width="480" height="698" /></span></a><span style="color:#000000;">Carlotto evidenzia bene l’infelicità diffusa della gente del Nordest, infelicità testimoniata dall’uso massiccio di droghe: «Cocaina al primo posto. Una botta di vita prima e dopo il lavoro e, per divertirsi, il fine settimana. Altrimenti che fatica, che noia». In questo senso, le ronde leghiste non rappresentano altro che il bisogno di ristabilire un controllo diretto del territorio; cioè il bisogno di rifondare vecchi legami sociali, magari a partire dalla individuazione di un nemico, di un altro, di un intruso, vale a dire il “foresto”, lo straniero. Al prezzo però – avverte lo scrittore padovano – di preparare il terreno per quella caccia al clandestino che si è aperta con l’approvazione del pacchetto sicurezza. Legge che ha i più grandi sostenitori nelle mafie serba, russa e kosavara, affermatesi nel Nordest e gestite da spesso da ex esponenti delle forze armate e dei servizi segreti. Mafie che così si liberano della concorrenza della microcriminalità e, al contempo, traggono ingenti guadagni da quegli extracomunitari che vogliono tentare la sorte in Italia, costringendoli a rivolgersi a strutture gestite dalle varie criminalità: agenzie di viaggio che per la somma di 3500 euro forniscono visti turistici tedeschi validi per l’intera area di Schengen o organizzazioni capaci per 8000 euro di imbastire matrimoni fittizi e magari di ottenere la complicità di qualche funzionario compiacente. Per non parlare del commercio dei farmaci contraffatti, che «vanno alla grande tra i clandestini, che non si fidano più a presentarsi negli ambulatori e negli ospedali».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Eppure esiste una forza capace di rovesciare questo sistema economico criminale capace di metastatizzare le istituzioni e le parti più sane della società. Questa forza è l’amore, “l’amore del bandito”, che spinge l’uomo a compiere le azioni più feroci, le vendette più spietate: nel mondo dell’Alligatore declinare la parola amore equivale spesso a trasformarsi in belve e a mettere in gioco la propria vita. Non può essere, del resto altrimenti, se si vive «in un mondo dove tutti fottono tutti».  </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong>Massimo Carlotto, <em>L&#8217;amore del bandito,</em> e/o, pp. 208, € 15.00</strong></span></p>
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		<title>Walter Siti, Il contagio</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 18:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Uscito su &#8220;L&#8217;immaginazione&#8221;, giugno-luglio &#8216;09
Due corpi avvinghiati su uno sfondo rosso sangue campeggiano sulla copertina del nuovo romanzo di Walter Siti, Il contagio. È un’immagine ricavata da un olio su tela realizzato nel 1990 da Sandro Chia, esponente di punta della Transavanguardia, intitolato Couple rouge. In essa osserviamo come il disegno delle figure si presenta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=916&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/copj13.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-917" title="copj13" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/copj13.jpg?w=200&#038;h=307" alt="copj13" width="200" height="307" /></a>Uscito su &#8220;L&#8217;immaginazione&#8221;, giugno-luglio &#8216;09</strong></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Due corpi avvinghiati su uno sfondo rosso sangue campeggiano sulla copertina del nuovo romanzo di Walter Siti, <em>Il contagio</em>. È un’immagine ricavata da un olio su tela realizzato nel 1990 da Sandro Chia, esponente di punta della Transavanguardia, intitolato <em>Couple rouge</em>. In essa osserviamo come il disegno delle figure si presenta come semplificato in linee di spessore variabile, veri e propri margini di contenimento di un colore che ha abbandonato ogni tensione materica per farsi liquidità trasparente, a rispondere quasi a un criterio di umori variabili.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Quasi calati una dimensione senza tempo, questi corpi sembrano emblematizzare un ossimoro, esprimendo da un lato una disposizione al racconto, suggerita dal movimento degli occhi, dall’altro una necessità di silenzio, di riservatezza, di colloquio esclusivo. Non è forse un caso che lo scrittore romano abbia scelto una figura ossimorica come sintesi iconografica della sua ultima fatica letteraria, che ne segna l’esordio per i tipi della Mondadori, dopo la monumentale trilogia einaudiana, iniziata con <em>Scuola di nudo</em>, proseguita con <em>Un dolore normale</em> e conclusa con <em>Troppi paradisi</em> (cui va aggiunta la silloge di racconti <em>La magnifica merce</em>).</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em><span id="more-916"></span>Il contagio</em>, infatti, è un romanzo o forse non lo è o forse lo è solo per rassicurare i lettori e l’editore. Siti gioca con una pluralità di percorsi narrativi e di registri stilistici, passando con equilibrio, da una cifra peculiarmente naturalistica ad una espressionisticamente ‘in soggettiva’; dall’«elogio del quotidiano» – così per riprendere il titolo di un celebre saggio di Todorov sulla pittura olandese del Seicento – alla presenza di due veri e propri saggi, collocati significativamente al centro del volume, l’uno sull’urbanistica delle borgate, l’altro sulla cocaina, vista dall’Autore come prodotto cardine della <em>New Economy</em> («coi soldi ripuliti della cocaina ormai in Italia puoi fare tutto, spadroneggi anche nel mondo finanziario; e di questo immenso potere ognuno dei borgatari seduti a quel bar si sente partecipe e complice, perché ne ha in tasca un piccolo frammento, un sacchettino da un grammo»). Ne deriva un “oggetto narrativo non identificato”, tanto per utilizzare una terminologia critica particolarmente <em>à la page</em>, quale quella suggerita dalla discussa, e discutibile, <em>New Italian Epic</em>.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Oggetto narrativo, dunque, in cui l’ipertrofico io narrante della Trilogia sembra, coerentemente con quanto dichiarato nell’explicit di <em>Troppi paradisi</em> – «se avrò qualcosa da raccontare non sarà su di me» – cede il passo fin dalla prima pagina a un brusio di voci (<em>Il brusio</em> si intitola, non a caso, la prima delle tre parti di cui si compone il libro). Le voci degli uomini e delle donne che abitano in un palazzone – come nel romanzo <em>oulipiano</em> di Georges Perec, <em>La vita. Istruzioni per l’uso</em> – di case popolari, alcune illegalmente occupate, di una immaginaria via Vermeer, estrema periferia di Roma, «un angolo di borgata che potrebbe essere tutte le borgate». Si va dal rapinatore all’ultrà, dallo spacciatore, che si trasforma in furbetto del quartiere alla femminista paraplegica, dalla filippina imprenditrice di bigiotteria alla coppia che spende trentamila euro per un matrimonio al lago di Bracciano, come Eros e la Hunzicker. Tutti esprimentesi nello sbrodolato romanesco alla Verdone o alla Vanzina («si vai all’ospedale ‘ndo to’ o mettono, er catetere?»).</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">È una varia umanità di perdenti, desiderosa di «partecipare allo schifo», per la quale le uniche testimonianze di vitalità sono rappresentate dalle prestazioni del corpo, che nelle borgate è «una risorsa, un’arma di riscatto». Al corpo appartengono gli ultimi, inestinguibili sussulti di energia, una reattività che ha origini profonde e che, se non arresta le derive della mente, almeno rende possibile qualche avvicinamento, qualche tensione e la percezione di sé nell’urgenza imprescindibile della pulsione e del patimento.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Qui si muove, straniero in un terra straniera, la figura dell’anziano Professore, «astratto nella sua metafisica», al tempo stesso narratore e narratario delle varie vicende, occhio cannibale, che tutto scruta e analizza, mosso da «una sete assurda di spiegazioni». Egli si nutre delle vite ‘anabolizzate’ dei borgatari, lasciandosene contagiare, in particolare quella dello scultoreo Marcello (personaggio fondamentale dell’opera di Siti, presente in ben quattro lavori dello scrittore, da <em>Perché volavo</em>, uno dei racconti della <em>Magnifica merce</em>, a <em>Troppi paradisi</em>, dal <em>Contagio</em> all’Intervista ‘impossibile’ a Ercole). Ne nascono pagine caratterizzate dalla predominanza del discorso indiretto libero, espediente che consente di rendere al meglio l’urgenza tipica del racconto ‘in presa diretta’, un racconto non narrato, ma quasi ‘respirato’, in una affermazione del prestigio della ‘nuda vita’.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Eppure, ben presto, all’inizio del secondo capitolo, fa capolino l’io narrante: «quello che avete appena letto è un racconto che ho pubblicato su “Nuovi Argomenti”». Falsa partenza, dunque. Falsa partenza che si ripete anche all’inizio del quarto capitolo («anche questo che avete letto […] è un racconto – l’ho pubblicato nell’edizione romana di “Repubblica” circa un anno fa»). Riaffiorare quel volto, per così dire, irreale del reale, quella messa in discussione dello statuto oggettivo del realtà, che aveva marcato <em>Troppi paradisi</em>, per poi scomparire di nuovo, riassorbito nella struttura naturalistica dell’insieme.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Allora, <em>Il contagio</em> è ossimoricamente rinnegamento e continuazione della <em>Trilogia</em> (ha ragione Andrea Cortellessa). Non solo. Attraverso l’ossimoro Siti tenta di risolvere l’antinomia pasoliniana nei confronti delle borgate, mitizzate in <em>Ragazzi di vita</em> e abiurate in <em>Petrolio</em>. Secondo lo scrittore, «l’appassionata analisi di Pasolini» andrebbe rovesciata: «non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se così si può dire) “imborgatando”». Il modus vivendi sottoproletario ha permeato talmente in profondità la giornata tipo borghese, che ormai senza soluzione di continuità, borghese e borgataro si sono piegati all’assenza di volontà e ad uno sterile e inerte voyeurismo verso i grandi della terra, come il papa, nella migliore delle ipotesi; verso un concorrente del Grande Fratello, che assiste, come gentile testimone, alla cerimonia di inaugurazione di un negozio, nella peggiore: «il popolino romano vedeva il papa e i cardinali transitare in carrozza, il potere sfilava come fantasma di eternità non posseduta, esattamente come ora gli impiegati del terziario vedono sfilare i vip in televisione». È questo il contagio del titolo, una pandemia antropologica e culturale, una «devastazione», che ha cancellato qualsiasi ipotesi di ‘altrove’ e di ‘lontano’. Dinanzi ad essa non si può che opporre un sentimento misto di rassegnazione ed accettazione della vita e desiderio di evasione: «ma vai a casa, va’ … che ti sta cercando la morte e tu sei in giro».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Walter Siti, <em>Il contagio</em>, Oscar Mondadori, 2009, pp. 333, € 9.00</span></p>
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		<title>Gaetano Savatteri, I ragazzi di Regalpetra</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 10:31:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gaetano Savatteri, giornalista del TG5 – autore di romanzi, saggi e inchieste sulla criminalità organizzata nonché su personaggi e storie della Sicilia di ieri e di oggi – ha trascorso la giovinezza e fatto le prime esperienze da cronista a Racalmuto, provincia di Agrigento. Qui, nella cittadina natale di Leonardo Sciascia, nel 1980, egli diede [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=911&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/rega.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-912" title="SavatteriREGALPETRAesec.indd" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/rega.jpg?w=228&#038;h=350" alt="SavatteriREGALPETRAesec.indd" width="228" height="350" /></a>Gaetano Savatteri, giornalista del TG5 – autore di romanzi, saggi e inchieste sulla criminalità organizzata nonché su personaggi e storie della Sicilia di ieri e di oggi – ha trascorso la giovinezza e fatto le prime esperienze da cronista a Racalmuto, provincia di Agrigento. Qui, nella cittadina natale di Leonardo Sciascia, nel 1980, egli diede vita con un manipolo di amici, al periodico «Malgrado Tutto», cui, fin dal primo numero, fu ben lieto di collaborare l’autore del Giorno della civetta, accanto ad altre grandi firme della letteratura siciliana, come Vincenzo Consolo e Gesualdo Bufalino. E fu proprio quest’ultimo una volta, a sottolineare come quella piccola rivista di provincia avesse «il più bel titolo di giornale del mondo». «Malgrado tutto», infatti, a suo dire, «contro le insufficienze degli uomini e la cecità della storia, riproponeva un imperativo di resistenza e di lotta, rifiutava il disinteresse e la resa». In altri termini, esprimeva quell’“ottimismo della volontà” da contrapporre al pessimismo della ragione.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Sciascia, Consolo, Bufalino. Tutti ‘scrittori di cose’, la cui ricerca letteraria si è innestata sul solco tracciato da Pirandello. E ‘scrivere di cose’ – vale a dire scrivere del significato della memoria, del peso della storia e del passato, delle dinamiche sociali e familiari – riprendendo l’insegnamento di questi grandi maestri, rappresenta per Savatteri – come da lui più volte sottolineato – un vero e proprio imperativo. Non a caso, il suo esordio narrativo, <em>La congiura dei loquaci</em> (Sellerio, 2000) era un romanzo breve, nato quasi per gemmazione, dalle pagine delle <em>Parrocchie di Regalpetra</em>, precisamente da quelle dove si riferiva dell’omicidio mafioso del sindaco di Racalmuto, avvenuto la domenica del 6 novembre del 1944, di sera, in una piazza piena di gente. E nel segno della celebre opera prima di Sciascia si colloca, già a partire dal titolo, l’ultimo libro, il più bello, del giornalista scrittore, <em>I ragazzi di Regalpetra</em> (Rizzoli, pp. 300, € 18.00).</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-911"></span>Seguendo le orme del suo Maestro, Savatteri, infatti, fonde in questo suo lavoro la ricostruzione dei fattacci mafiosi, avvenuti a Racalmuto negli ultimi vent’anni, con la sua biografia personale e con la storia di una comunità storicamente e geograficamente determinata. E al tempo stesso mostra come a cinquantaquattro anni dall’uscita delle <em>Parrocchie</em>, vale ancora quanto scritto allora da Sciascia, cioè che la vita di un paese siciliano vista dal suo interno sia lontana dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>I ragazzi di Regalpetra</em> non è, dunque, un classico libro-inchiesta sulla mafia, con tanto di ricostruzione cronachistica di delitti e stragi, contabilità delle vittime, sinossi degli atti giudiziari, testimonianze e analisi sociologiche. O per meglio dire, lo è solo in parte. Savatteri da eccellente osservatore e studioso delle vicende criminali siciliane qual è, non si sottrae dal raccontare ‘ammazzatine’ e operazioni di polizia. Anzi, lo fa mettendo in mostra grandi abilità di narratore noir: capitoli del libro come <em>La strage</em> e <em>La cattura</em> si leggono come vere e proprie <em>crime stories</em>, peraltro letterariamente magistrali per la velocità della narrazione e la secchezza dei dialoghi. E poi a corroborare la serietà della sua ricostruzione, l’autore degli <em>Uomini che non si voltano</em> colloca alla fine del volume una precisa cronologia dei fatti, seguita dalle schede dei personaggi e da una ricca bibliografia.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma sin dalle prime pagine appare evidente che Savatteri con questo libro punti ad esplorare quel lato oscuro e nascosto del suo paese e della sua giovinezza. Egli racconta che mentre era intento a leggere alcuni atti giudiziari riguardanti l’affiliazione alla mafia di quattro suoi concittadini, nonché coetanei, il sangue gli sia “salito agli occhi”. «Avevo sempre creduto – scrive – che i ragazzi di Regalpetra fossero altri, coloro che avevano portato il loro contributo, piccolo o grande, per il paese». Le indagini, invece, rivelavano tutt’altra verità: «altri ragazzi c’erano a Regalpetra, anch’essi col diritto di fregiarsi del blasone dell’età, ma erano in realtà ragazzi di Cosa Nostra». E questo proprio in quel luogo che Sciascia aveva trasferito in pianta stabile nel territorio della letteratura e reso con la sua infaticabile attività il “paese della ragione”.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Non a caso, Savatteri vede una correlazione tra la morte dello stesso Sciascia – avvenuta il 20 novembre 1989 – e l’inizio della guerra tra gli «stiddari» e le «code chiatte», che insanguinò molti paesi delle province di Agrigento e Caltanissetta, perché un morto ammazzato ne chiama un altro un morto ammazzato ne spiega un altro, in un vero e proprio «romanzo nero a puntate». «La presenza a Regalpetra dello scrittore che per primo aveva raccontato all’Italia la mafia, funzionava – si legge nel libro – da deterrente psicologico. La mafia cresce nell’oscurità, al di fuori del passo della narrazione, lontana dalla scrittura e dalla coscienza della parola. la presenza di Leonardo Sciascia stimolava gli anticorpi sani». Il giornalista scrittore, in particolare, punta il suo sguardo su alcuni <em>goodfellas</em>, suoi concittadini e coetanei, con cui ha condiviso gli stessi spazi e che a un certo punto della loro vita si sono trasformati in «ragazzi della morte»: «ragazzi loro, ragazzi noi; questo è certo». Perché è avvenuto ciò? Le responsabilità – si chiede l’autore – vanno delimitate solo alla sfera personale o vanno allargate alla vasta area della coscienza collettiva?</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Per cercare di rispondere a questa domanda Savatteri incontra i fratelli Maurizio e Beniamino Di Gati e Ignazio Gagliardo, ora collaboratori di giustizia, e l’ergastolano Alfredo Sole. I Di Gati individuano nella vendetta la molla che li spinse all’opzione criminale. Poi «ci provarono gusto a recitare la parte. Si calarono nel ruolo, ne respirarono i vantaggi. Pirandellianamente, scoprirono il piacere della disonestà». Gagliardo, invece, riconduce la sua scelta mafiosa ad un quanto mai generico bisogno di essere qualcuno, di «essere rispettati per ciò che si appare, non solo per ciò che si è». E nel raccontare la sua latitanza in Sudafrica, tiene a sottolineare che lì era riuscito a sviluppare quelle capacità imprenditoriali represse dal contesto racalmutese.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">«Non era una lotta di potere, ma solo una stupida questione di prestigio personale», osserva Sole, una famiglia la sua tutta sterminata dalla fazione rivale. È colui che sembra più degli altri prendere le distanze dal suo passato mafioso («so che morirò qui dentro, non mi faccio illusioni. Ma sono una persona diversa adesso»). Ammette di avere attraversato «una stagione di follia». È consapevole dell’inutilità della vendetta, che non gli può riportare in vita i cari uccisi. Eppure, non ha “saltato il fosso”, non si è pentito: «avrei fatto pagare un prezzo più alto alla mia famiglia, costretta a scappare per tutta la vita senza identità. E altri dolori per tanta gente, la galera per persone che avevano rischiato la vita per me. Non me la sono sentita. Adesso, dopo quasi vent’anni di galera, che senso avrebbe?»</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Torna in queste storie quell’ancestrale “familismo amorale” teorizzato da Banfield: in nome della famiglia si uccide; in nome della famiglia ci si pente; in nome della famiglia ci si consegna alle forze dell’ordine, abbandonando la latitanza. Non solo. Per garantire benessere e prosperità alla famiglia si compie e si giustifica ogni azione. Così questa concezione meramente esclusivista del nucleo familiare finisce con lo sposarsi, fino ad esserne parte integrante, con i processi di accumulazione capitalistica e con le politiche ultraliberiste, cosa peraltro già colta acutamente più di trenta anni fa da Peppino Impastato. Dinanzi a ciò, conviene sempre ricordare quella celebre massima di Brecht che recitava: «Non è detto che ciò che non è mai stato non possa essere». E continuare, ‘malgrado tutto’, una ‘lotta culturale’ contro la mafia, brandendo le armi delle scrittura, nel nome di Sciascia che vedeva nella letteratura la forma più alta e assoluta che la verità possa assumere. ‘Malgrado tutto’.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Gaetano Savatteri, <em>I ragazzi di Regalpetra</em> (Rizzoli, pp. 300, € 18.00)</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Uscito su &#8220;Liberazione&#8221; del 3 giugno 2009</em><br />
</span></p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
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		<title>Gianfranco Bettin, Gorgo</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 14:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Gianfranco Bettin]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nord Est]]></category>
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		<description><![CDATA[Una necessità primaria anima la scrittura, tanto saggistica quanto narrativa, di Gianfranco Bettin – già prosindaco di Venezia con Cacciari – autore di libri come Nemmeno il destino (1997), La strage. Piazza Fontana, verità e memoria (1999) ed Eredi. Da Pietro Maso a Erika e Omar (2007), solo per citarne alcuni. Si tratta del bisogno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=919&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/9788807171697g.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-920" title="9788807171697g" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/06/9788807171697g.jpg?w=200&#038;h=309" alt="9788807171697g" width="200" height="309" /></a>Una necessità primaria anima la scrittura, tanto saggistica quanto narrativa, di Gianfranco Bettin – già prosindaco di Venezia con Cacciari – autore di libri come <em>Nemmeno il destino</em> (1997), <em>La strage. Piazza Fontana, verità e memoria</em> (1999) ed <em>Eredi. Da Pietro Maso a Erika e Omar</em> (2007), solo per citarne alcuni. Si tratta del bisogno di andare oltre la cronaca; di illuminare quella ‘zona oscura’ che aleggia e serpeggia all’interno e all’esterno di quella pletora di immagini e descrizioni, con cui le varie ‘cronache in diretta’ le hanno consegnate alla nostra memoria mediatica e al nostro ricordo personale.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Nel suo ultimo lavoro <em>Gorgo</em>. In fondo alla paura lo scrittore e sociologo veneziano parte da un episodio di nera particolarmente odioso ed efferato, avvenuto appunto nel paesino del titolo, Gorgo al Monticano, nel cuore della Marca trevigiana. Qui in una notte agostana del 2007 due anziani coniugi, custodi di una grande villa, furono sorpresi nel sonno da alcuni banditi e spietatamente torturati e uccisi. «Adesso per me andare a dormire è come essere in un incubo. Chiedo sempre a mia mamma se ha chiuso tutte le finestre e le porte. Di notte faccio incubi, non faccio sogni», scrive in un tema l’undicenne nipotina delle due vittime.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-919"></span>L’operosa comunità di Gorgo è sconvolta. I fatti criminosi precedenti, che avevano contribuito a diffondere un senso di in-sicurezza, non avevano preparato a nulla di tutto questo. Gli autori della strage vengono ben presto scoperti: si tratta di due albanesi – uno di loro si impiccherà in carcere, non reggendo al rimorso – e un rumeno, che funge da basista. Però dagli atti processuali emerge l’esistenza di un quarto uomo, tutt’ora in libertà.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Una “nuova paura” si diffonde pervasiva tra la gente della zona. Gli attacchi perpetrati ai danni delle ville, delle villette e delle case coloniche in assenza, o in presenza, degli inquilini – sottolinea Bettin – costituiscono una violazione dell’intimità, prima ancora che della proprietà, in quanto minacciano lo stile di vita di tutto il Nordest, fondato sulla «aspirazione ad avere una casa propria, con un giardino, un orto, uno spazio intorno, indipendente dal resto della comunità (anche se in intima relazione, di vicinato e per contiguità sociale e culturale)».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma la paura rinvia anche a qualcos’altro. Rinvia a un rapporto sempre più incerto tra gli abitanti e l’ambiente. Infatti, l’idea di “progresso” portata avanti dalle dottrine ultraliberiste globali, presentate come un fenomeno generoso e salvifico, ha scatenato quella “forza barbara”, che permea fin nelle radici la terra veneta. Ha scatenato quella forza arcaica e viscerale, quella vitalità indomabile, capace di mutare l’ambiente, la società e il suo destino, così ben descritta da Goffredo Parise nelle celebri pagine di <em>Veneto “barbaro” di muschi e nebbie</em>. Ne è derivata una dilatazione urbana senza limiti, lo sviluppo di un vero e proprio continuum industriale-cittadino, che ha reso l’esperienza spaziale del tutto ‘disorientante’.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In questo senso, le ronde leghiste non rappresentano altro che il bisogno di ristabilire un controllo diretto del territorio; cioè il bisogno di rifondare vecchi legami sociali, magari a partire dalla individuazione di un nemico, di un altro, di un intruso, vale a dire il “foresto”, lo straniero. Eppure – rileva Bettin – la Lega Nord non esprime soltanto un rancore profondo verso gli immigrati, un rancore alimentato anche, e soprattutto, per ragioni di calcolo politico (fatti di sangue analoghi per brutalità a quelli di Gorgo non hanno suscitato la stessa eco mediatica, avendo degli italiani per responsabili). Il partito di Bossi è anche portatore di un “calore emotivo”, di cui «la comunità sente di aver bisogno in un tempo difficile, inquieto, a fronte di uno stato avvertito come insensibile e lontano».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In altre parole, la Lega è riuscita, a differenza di ogni altra formazione politica, a stabilire, sia pure in maniera grossolana, po-pulista e xenofoba, un rapporto diretto con il territorio. Impresa in cui la Sinistra ha fallito. Innanzitutto per non aver compreso appieno i problemi determinati dal fenomeno della nuova immigrazione, oscillando tra «un approccio “securitario” mitigato da un po’ di “buonismo e l’adesione acritica e volenterosa ai modelli “sceriffeschi” venuti in auge col protagonismo di taluni esponenti locali – sindaci, assessori – della Lega e della destra». E poi per l’incapacità di mettere in circuito culturalmente, linguisticamente e politicamente dimensione locale e dimensione globale. Si pensi – scrive Bettin – a grandi scrittori e artisti veneti, come Luigi Meneghello, Biagio Marin, Giacomo Noventa, Andrea Zanzotto, Ferdinando Camon e Marco Paolini, solo per citarne alcuni. «Sono questi maestri e questi autori, tutti appartenenti al campo vasto e ricco della sinistra. Cosa ha saputo farne, cosa ha saputo trarne, la sinistra politica? Ne ha tratto ben poco, si può dire. La sinistra politica è corsa incontro a una modernità che non dava molto peso né al patrimonio che in questi autori si esprimeva né al paesaggio e alle sue valenze originarie».</span></p>
<p><strong><span style="color:#000000;">Gianfranco Bettin, <em>Gorgo. In fondo alla paura</em>, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 160, € 13.00</span></strong></p>
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		<title>Una piccola polemica</title>
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		<pubDate>Sun, 31 May 2009 16:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Liberazione]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Lolli]]></category>
		<category><![CDATA[polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Hanno suscitato la reazione risentita di Mario Barbieri la mia recensione del libro di Massimo Lolli, uscita tempo fa su Liberazione, e lo spazio dedicato sempre dallo stesso giornale ad un intervento dello scrittore-manager in un convegno su Letteratura e Lavoro svoltosi nel corso della Fiera Internazionale del Libro di Torino.
&#8220;Lo sapete chi è questo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=903&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Hanno suscitato la reazione risentita di Mario Barbieri la mia recensione del libro di Massimo Lolli, uscita tempo fa su Liberazione, e lo spazio dedicato sempre dallo stesso giornale ad un intervento dello scrittore-manager in un convegno su Letteratura e Lavoro svoltosi nel corso della Fiera Internazionale del Libro di Torino.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">&#8220;Lo sapete chi è questo losco figuro? &#8211; scrive Barbieri sul numero di oggi di &#8220;Liberazione&#8221; - E&#8217; l&#8217;ex capo del personale della Marzotto di Valdagno. [...] Lolli è stato assunto anni fa con il preciso incarico di &#8220;tagliatore di teste&#8221;, incarico che del resto ha saputo svolgere con indubbio cinismo e ferocia, riducendo ormai il personale della Marzotto ad un presidio sparuto di lavoratori intimoriti e minacciati quotidianamente di licenziamento se solo osano alzare la testa&#8221;.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Nella stessa pagina vi è un articolo di Vittorio Buonanni che dà spazio alle testimonianze di alcuni sindacalisti (tra cui quella del direttore del quotidiano Dino Greco), i quali hanno avuto modo di confrontarsi con Massimo Lolli. Dalle loro parole viene fuori il ritratto di un manager volto a perseguire a qualsiasi costo gli interessi dell&#8217;azienda per cui lavora &#8211; cosa non scandalosa: è in fondo il suo mestiere &#8211; ma al tempo stesso leale nei confronti delle forze sindacali.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ebbene, in quanto critico letterario io mi sono limitato ad analizzare il suo ultimo romanzo <em>Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio</em>, storia, com&#8217;è noto, di un manager, che, una volta licenziato dalla ditta presso cui lavorava, inizia a vivere una doppia vita, fingendo di aver cambiato lavoro. Si tratta di un romanzo divertente ed amaro, che riprende spunti e atmosfere di certa commedia all&#8217;italiana, sulla scia di una narrativa del lavoro o dell&#8217;assenza o della precarietà del lavoro da qualche anno diffusa nelle nostre librerie. E in quanto tale, a mio parere degno di essere letto.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Il fatto che il suo autore sia stato il responsabile di una serie di licenziamenti che hanno gettato nella tragedia numerose famiglie, è un&#8217;altra cosa. Ha scritto un romanzo sul quale, secondo la mia opinabilissima opinione, è opportuno esercitare una qualche intelligenza critica. Del resto, recensire non vuol dire apologizzare il suo autore&#8230;  </span></p>
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		<item>
		<title>Ron Howard, Angeli e demoni</title>
		<link>http://vsantoro.wordpress.com/2009/05/17/ron-howard-angeli-e-demoni/</link>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2009 20:56:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Angeli e demoni]]></category>
		<category><![CDATA[Dan Brown]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Ron Howard]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la visione di Angeli e demoni viene da chiedersi il perché la Chiesa abbia tanto stigmatizzato la realizzazione di questo film ritenendolo addirittura diffamatorio nei suoi confronti. Infatti, il blockbuster diretto da Ron Howard tratta il confronto (e lo scontro) tra scienza e chiesa in termini quanto mai superficiali e innocui, come, del resto, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=891&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/tom-hanks-nei-panni-di-robert-langdon-in-una-scena-del-film-angeli-e-demoni-100872.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-892" title="tom-hanks-nei-panni-di-robert-langdon-in-una-scena-del-film-angeli-e-demoni-100872" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/tom-hanks-nei-panni-di-robert-langdon-in-una-scena-del-film-angeli-e-demoni-100872.jpg?w=480&#038;h=319" alt="tom-hanks-nei-panni-di-robert-langdon-in-una-scena-del-film-angeli-e-demoni-100872" width="480" height="319" /></a>Dopo la visione di <em>Angeli e demoni</em> viene da chiedersi il perché la Chiesa abbia tanto stigmatizzato la realizzazione di questo film ritenendolo addirittura diffamatorio nei suoi confronti. Infatti, il blockbuster diretto da Ron Howard tratta il confronto (e lo scontro) tra scienza e chiesa in termini quanto mai superficiali e innocui, come, del resto, già aveva fatto il libro di Dan Brown, che probabilmente nessun prelato ha letto.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Comunque, a parte ciò, va detto che <em>Angeli e demoni</em> è un routinario, onesto film di genere, anche se di dimensioni colossali &#8211; strepitose e ben congngnate le scene di massa - grazie a un <em>budget</em> stratosferico, gestito comunque con intelligenza da Howard. Il regista grazie al suo stile classico, evita ogni sovraccarico di effetti speciali e di virtuosismi in favore di una narrazione asciutta ed essenziale, dove è la scansione temporale, il <em>count-down</em> – sottolineato dalle didascalie e dalle musiche di Hans Zimmer – a farla da padrone.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-891"></span><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/teaser-poster-per-il-film-angels-demons-91271.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-893" title="teaser-poster-per-il-film-angels-demons-91271" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/teaser-poster-per-il-film-angels-demons-91271.jpg?w=480&#038;h=711" alt="teaser-poster-per-il-film-angels-demons-91271" width="480" height="711" /></a>Gli sceneggiatori David Koepp e Akiva Godsman tradiscono e semplificano in più parti il mediocrissimo <em>best seller</em> di Brown, pur conservandone ovviamente la linea narrativa principale. Vengono creati personaggi nuovi come Richter, il religiosissimo capo delle guardie svizzere; modificati altri – è il caso dello scienziato Vetra, che diventa un collega della deuteragonista Vittoria e non più il suo padre adottivo – e cancellati altri ancora: il direttore del CERN, che nel romanzo svolge un ruolo fondamentale, scompare nel film. Semplificazioni indispensabili data la necessità di condensare la mole del libro – seicento pagine – in poco più di due ore di pellicola.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Poco male. Questo lavoro, per così dire, di sintesi rende <em>Angeli e demoni</em> senza dubbio più godibile del <em>Codice da Vinci</em>, di cui al cinema è il <em>sequel</em>, mentre <em>nell’opus</em> di Brown è il <em>prequel</em>. Evita, infatti, l’eccessiva verbosità del predecessore, e ne guadagna in azione con l’eroe Robert Langdon che non perde tempo in chiacchiere e si impegna al massimo a stanare la congiura ordita dagli Illuminati. Il film si struttura così seconda una successione di scene madri ad alto tasso adrenalico, dominate dai quattro elementi naturali, cioè l&#8217;aria, l&#8217;acqua, la terra e il fuoco.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Certo se guardiamo l’insieme dell’opera, ci troviamo dinanzi ad una storiella esile, implausibile con numerose inconguenze, ma tutto sommato divertente. Soprattutto se si ha un’età (o un cervello) di dieci-quattordici anni.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Trani, Cinema Impero, 13 maggio 2009: proiezione delle ore 20.00</em></span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Angeli e Demoni</strong> è un film di Ron Howard del 2009, con Tom Hanks, Ayelet Zurer, Ewan McGregor, Stellan Skarsgård, David Pasquesi, Cosimo Fusco, Armin Mueller-Stahl, Carmen Argenziano, Ursula Brooks, Pierfrancesco Favino. Prodotto in USA. Durata: 140 minuti. Distribuito in Italia da Sony Pictures Releasing Italia a partire dal 13.05.2009.</span></p>
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		<title>Daniele Del Giudice, Orizzonte mobile</title>
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		<pubDate>Fri, 15 May 2009 08:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>

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		<description><![CDATA[Chiosando la quarta di copertina de Lo Stadio di Winbledon, l’importante esordio di Daniele Del Giudice del 1983, Italo Calvino scriveva che in quel romanzo lo scrittore, allora trentaquattrenne, «cercherà di rappresentare le persone e le cose sulla pagina, non perché l’opera conta più della vita, ma perché solo dedicando tutta la propria attenzione all’oggetto, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=880&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/einaudi1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-882" title="einaudi" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/einaudi1.jpg?w=250&#038;h=399" alt="einaudi" width="250" height="399" /></a>Chiosando la quarta di copertina de <em>Lo Stadio di Winbledon</em>, l’importante esordio di Daniele Del Giudice del 1983, Italo Calvino scriveva che in quel romanzo lo scrittore, allora trentaquattrenne, «cercherà di rappresentare le persone e le cose sulla pagina, non perché l’opera conta più della vita, ma perché solo dedicando tutta la propria attenzione all’oggetto, in un’appassionata relazione col mondo delle cose, potrà definire in negativo il nocciolo irriducibile della soggettività, cioè se stesso». Con queste parole l’autore delle <em>Lezioni americane</em>, oltre a fissare le caratteristiche essenziali del libro, tracciava direi quasi profeticamente, i termini della successiva ricerca letteraria di Del Giudice, che, non a caso, molti anni dopo, nel 2001, ebbe modo di dichiarare in un’intervista che il vero, e imprescindibile, talento dello scrittore consisteva tutto, a suo dire, nella sua capacità di «saper non essere niente». «Devi essere nulla – sono sue parole – devi sapere essere assolutamente niente, perché tu possa immaginarti come il filamento di una lampadina, come la radice di un albero, come una formica, perché tutto ti attraversi, ti attraversino i linguaggi, ti attraversi la vita, ti buchi ti perfori, ti lasci se non delle cicatrici almeno dei timbri di francobolli di altri paesi, di altre nazioni. E dopo ascolti le storie». In quest’ottica, colui che è impegnato in uno di quei «mestieri che hanno a che fare con l’espressione» deve predisporre se  stesso all’ascolto, facendo della propria pagina una, per così dire, mappa di immagini e suoni.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-880"></span>E recentemente in un dialogo con Claudio Magris, apparso sul «Corriere della sera» in occasione della uscita della sua ultima fatica, <em>Orizzonte mobile</em>, Del Giudice ha sottolineato il fatto che «i personaggi, come le persone, non hanno un fondamento nell’Io anche se forse soffrono la lacerazione dovuta alla perdita di quel fondamento». Da qui l’individuazione dell’essenza del racconto nella “relazione” tra l’io e le cose. Una relazione, peraltro, assai sfuggente, spesso indecifrabile, che forse solo la scrittura misurata e tenuta in pagine dallo splendore adamantino, può fissare. Infatti, il quanto mai omogeneo e coerente <em>corpus</em> narrativo dell’autore romano, ormai veneziano d’adozione – dal citato <em>Lo stadio di Wimbledon</em> ad <em>Atlante occidentale</em>; da <em>Nel museo di Reims</em> a <em>Staccando l’ombra da terra</em>;<em> </em>da <em>Mania</em> fino a quest’ultimo <em>Orizzonte mobile</em> – è dominato dalla ricerca incessante di sonorità e di immagini attraverso due movimenti continui, l’uno nello spazio, l’altro nel tempo. Movimenti che si intrecciano e si dissolvono quasi cinematograficamente l’uno nell’altro, a raggiungere una nuova dimensione ibrida, quasi pietrificata, paragonabile a quella in cui era immerso con il suo «delirio di immobilità» l’Arsenio montaliano.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Così <em>Lo stadio di Winbledon</em> è un romanzo privo di conclusione a rispecchiare l’irresolutezza di un ulisside io narrante, che tende incessantemente ad una meta e al contempo, alla fuga e al non ritorno. E <em>Staccando l’ombra da terra</em> si presenta come una raccolta di racconti, dominata dall’alternanza di registri stilistici, fornendo all’insieme dell’opera una tensione centrifuga, che ne mina alla radici la coerenza strutturale, bilanciata da una tensione centripeta ipostatizzata dalla ripresa del personaggio dell’istruttore, sotto nome proprio o sotto mentite spoglie, nel presente di fine ventesimo secolo o agli albori dell’aeronautica.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Analogamente <em>Orizzonte mobile</em> è costituito dall’assemblaggio di pagine in cui Del Giudice racconta una sua esperienza personale in Patagonia e in Antartide, «il più profondo e radicale dei Sud, un gelido Meridione», avvenuta nel 1990 (quella da cui ricavò una serie di sei articoli, pubblicati sul «Corriere», sotto il titolo <em>Diario di uno scrittore nelle estreme regioni australi</em>), alternate ad altre derivanti dalla riscrittura dei taccuini di due esplorazioni nell’Antartide di fine Ottocento – «altrimenti sconosciuti alla maggioranza dei lettori» – quali quelle dell’italiano Giacomo Bove e del belga Adrien de Gerlache. Questi scritti – si legge nel romanzo – «sono una letteratura, ma non si tratta di ‘libri di viaggio’; per l’affresco storico, la forza della passione, la densità del mistero e un ethos sulla soglia dell’incognito e per gli apparati scientifici sono gli ultimi e veri grandi racconti di avventura, il genere che Stevenson, nella sua classificazione del romanzo, definiva il più sensuale, dove gli autori furono anche personaggi e parti in commedia». Precede il tutto il resoconto particolarmente dettagliato di un altro viaggio, più recente, fatto dallo scrittore nel 2007. Resoconto però di un viaggio mai avvenuto.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ne deriva un racconto formato da più storie, che in realtà sono un’unica storia, e dominato più io narranti, che in realtà sono un unico io narrante perché ognuno è costituito non solo da se stesso ma anche dalle esperienze analoghe capitate ad altri: «ogni orologio un fuso, ogni fuso un filo, lungo i fusi le storie colano giù, colano fino a te che nel frattempo sei già arrivato laggiù a guardarle dal di sotto». In questo modo si assiste in <em>Orizzonte mobile</em> a un vero e proprio superamento dell’<em>hic et nunc</em> in favore di una extradimensione sovraspaziale e sovratemporale. Del resto, gli esploratori nel corso dei decenni si sono tutti mossi in una terra dotata di un’essenza quasi metafisica e perciò capace di vincere il tempo. Qui, infatti, bastano pochi chilometri a separare un fuso orario dall’altro, e poi, «la posizione del sole impone(<em>va</em>) il suo ritmo alla giornata e l’orologio ne impone(<em>va</em>) un altro». Qui il «paesaggio-passaggio» si estende per chilometri e chilometri sempre uguale, tanto che i quattro viaggi sembrano svolgersi lungo lo stesso asse temporale. Qui la presenza dell’uomo è pressoché accidentale. Ragion per cui a prosperare sono solo i pinguini grazie alla loro natura di «grandi incompiuti»: questi animali «non ce l’hanno fatta a diventare pesci, dato che l’acqua non è il loro elemento definitivo; pur essendo uccelli non volano più».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Questo “pozzo freddo della terra” dal nucleo perenne, chiamato Antartide, è anche il luogo in cui «scienza esatta e <em>phantāsia</em>» possono collidere tra loro. «La sera, nelle baracche delle basi – si legge nel romanzo – mi è capitato di sentirne parlare dagli scienziati non diversamente da come alle nostre latitudini parliamo di Emma Bovary o di Charlus». Allora, il nuovo orizzonte mobile da raggiungere, sembrerebbe essere, per Del Giudice, quello della scienza, così difficile da tradurre sulla pagina («a volte non c’è modo di tradurre il vocabolario della fisica, non sempre si hanno i verbi per raccontarla»). Perché solo misurandosi con il ‘non-letterario’, adattandosi al suo linguaggio, la letteratura può raggiungere quello che gli ermetici definivano il “Tempo Maggiore”, cioè quell’altrove ‘essenziale’ situato al di là della cronaca, e può diventare strumento di conoscenza in un presente sempre più caratterizzato dalla morte della critica e dalla catastrofe del valore d’uso. </span></p>
<p><strong><span style="color:#000000;">Daniele Del Giudice, <em>Orizzonte mobile</em> (Einaudi, Torino 2009, pp. 142, € 16.50)</span></strong></p>
<p><span style="color:#000000;"><em>di prossima pubblicazione su &#8220;L&#8217;immaginazione&#8221;</em></span></p>
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		<title>Walter Siti, Il canto del diavolo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 May 2009 15:03:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Emirati Arabi]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Walter Siti]]></category>

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		<description><![CDATA[Walter Siti ha riflettuto a lungo sulla tendenza – economica, sociale e antropologica – dell’intero Occidente a sostituire dio con la merce, in altre parole, a “comprarsi il paradiso in terra”, attraverso un intenso lavorio sull’immagine, la sola a poter essere perfetta e, soprattutto, acquistabile. «Quanto più – si legge nel capolavoro Troppi paradisi, recentemente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=858&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/1673.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-859" title="SitiDIAVOLOesec.indd" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/1673.jpg?w=396&#038;h=610" alt="SitiDIAVOLOesec.indd" width="396" height="610" /></a>Walter Siti ha riflettuto a lungo sulla tendenza – economica, sociale e antropologica – dell’intero Occidente a sostituire dio con la merce, in altre parole, a “comprarsi il paradiso in terra”, attraverso un intenso lavorio sull’immagine, la sola a poter essere perfetta e, soprattutto, acquistabile. «Quanto più – si legge nel capolavoro <em>Troppi paradisi</em>, recentemente rieditato in edizione tascabile da Einaudi – l’economia contemporanea costringe gli uomini a vivere separati e quindi in debito di realtà, tanto più questa abnorme opera d’arte planetaria, mimetica, come nessuna ha potuto essere prima, restituisce ai suoi consumatori il sapore di una realtà più vera del vero, da cui mani esperte hanno abolito le sorprese incoerenti, stonate». Ciò ha determinato lo sviluppo di quello che lo scrittore ha definito “post-realtà”, vale a dire di una realtà intermedia, né vera né falsa, in cui la rappresentazione ha sostituito le cose, riducendo la vita a simulacro. Si è affermata così, a suo dire, una vera e propria “artistizzazione di massa”, irradiata principalmente dal mezzo televisivo. È l’avveramento di quella estetizzazione collettiva sognata dai surrealisti, sia pure in una forma tutt’altro che eroica, in quanto degradata dalle regole del profitto. Non può essere altrimenti, visto che sono gli artisti e in particolar modo, gli ‘artisti realisti’, tipici dell’arte occidentale, «gli specialisti dell’immagine come surrogato del vero».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-858"></span>Per questa ragione, non deve stupire che, invitato da Rizzoli a scrivere un <em>travelogue</em> per l’ottima collana “24Sette Stranger”, Siti abbia scelto di recarsi negli Emirati Arabi e di raccontare il suo soggiorno – avvenuto nell’ottobre 2008,«quando la crisi economica era alle prime avvisaglie» – nel libro <em>Il canto del diavolo </em>(Rizzoli, Milano 2009, pp. 210, € 16.50). Infatti, in questo ricchissimo lembo di terra situato nel Sud-Est della penisola araba, il progetto politico dell’Occidente, fondato su una vera e propria mistica del consumo, ha vissuto il suo momento di massimo trionfo. A Dubai, «dove tutta la città è periferia», i centri commerciali – osserva l’autore del <em>Contagio</em> – costituiscono l’«equivalente di quello che nella vecchia Europa sono le chiese e i musei». Queste strutture rappresentano il punto più alto del tessuto urbanistico: «mentre nei grandi magazzini otto-novecenteschi il luccichìo del contenitore era un pretesto per vendere la merce, ora la merce è un pretesto per convogliare i turisti verso le cattedrali della nuova bellezza standardizzata e pulsante di superficialità». Non solo. Guardando il Burj al-‘Arab, l’albergo dalla caratteristica forma di vela più alto e più lussuoso del mondo – sette stelle! Costo della suite imperiale: 18.000 $ a notte – Siti nota come qui «i plastici sono esattamente identici alla loro realizzazione – sia per la perfezione con cui sono eseguiti, sia per un’impalpabile carenza nella realtà […] sarà la geometria troppo esatta, o i materiali sintetici, o una generale assenza di anima per eccesso di plagio».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In questo paese la pubblicità, pur pervasiva, non si fa ricorso a immagini di nudo – «la cosa più nuda sono le facce» – perché il Potere mira a favorire una piena libertà di mercato, facendo bene attenzione al fatto che questa non si accompagni ad una piena libertà di costumi. Del resto, uno dei<em> maîtres-à-penser</em> della megalopoli è Walt Disney, che negli ultimi anni della sua vita si distaccò, per così dire, da <em>Cartoonia</em>, per dedicarsi a visionari progetti edilizi, chiamandovi a lavorare grandi architetti per edificare “il paese più felice del mondo”. Dubai City si presenta, infatti, come l’ideale continuazione di Disneyland, che era stato appunto il primo tentativo di trasformare un ‘non luogo’ in un’attrazione turistica, o per meglio dire, neo-turistica, in quanto meta di un «turismo che va a visitare ciò che non esiste». Non a caso, la città è piena di cartelloni con frasi del papà di Topolino, tipo «if you can dream it, you can do it» o «it requires people to make the dream a reality». «è a questo punto – scrive Siti riallacciandosi agli studi seminali di Ejzenstejn e di Benjamin – che Dumbo e Bambi, e Pippo e Clarabella e Zio Paperone, mostrano il loro lato oscuro: dove la beata fiducia nell’onnipotenza dell’estro diventa convinzione di possedere in proprio le chiavi della felicità universale; dove un crocevia di convivenze tende alla sordità asettica del plastico e del prototipo – come se il mondo, per essere felice, dovesse ridursi alla parodia di se stesso».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">È quello che l’autore definisce “Il lato oscuro di Walt Disney”. Infatti, se l’<em>alter ego</em> di Siti in <em>Troppi paradisi</em> poteva dire «come l’Occidente, ho l’arroganza di comprare gli uomini», negli Emirati è l’Occidente stesso ad essere stato acquistato a buon mercato, come un prodotto qualsiasi pronto per l’uso, un vero e proprio «stereotipo da importazione».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma <em>Il canto del diavolo</em> non è solo un viaggio tra <em>malls</em> e alberghi scintillanti, tra le cattedrali del consumo. Quei luoghi Siti li ha frequentati nella prima settimana del suo soggiorno in compagnia dell’amato Massimo, dilapidando l’anticipo fornitogli dall’editore. Poi, accompagnato l’amico all’aeroporto, lo scrittore si aggira solo lungo le strade di Dubai, di Abu Dhabi e Fujiarah, strade gigantesche, che non prevedono l’esistenza di pedoni. Da questo momento inizia un <em>reportage</em>, per così dire, ‘dal basso’, con lo scrittore pronto a registrare il ‘brusio’ delle voci di quanti si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro delle metropoli emiratine. Tra queste voci, quelle di alcuni lavoratori immigrati, impegnati nei giganteschi cantieri, e quelle delle studentesse della Zayed University. Per queste ragazze «la poesia beduina è lontana come la luna» (sono state cresciute da tate inglesi e l’unico corso a impostazione letteraria che frequentano è quello di “Lingua e letteratura inglese”) e tra passato e presente non esiste una correlazione ma una cesura netta.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Eppure, alla fine del viaggio a Siti viene quasi voglia di fare il tifo per questa terra, emblema di una “devastazione”, figlia di una natura umana sempre tesa verso «forme semplici e non strutturate di desiderio». Per lui, la cultura della borghesia occidentale ha ormai miseramente fallito, così non resta che abbandonarsi alla «allucinazione di un dopo storia in cui la differenza tra paradiso e inferno sarà azzerata sull’atlante del piacere».</span></p>
<p><em><span style="color:#ff0000;"><strong>Uscito su &#8220;Liberazione&#8221; del 5 maggio  2009</strong></span></em></p>
<p><span style="color:#ff0000;"><span style="color:#000000;"><span style="color:#ff0000;"><strong>L</strong></span><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/rm0605-cul01-13.pdf"><span style="color:#ff0000;"><strong>eggi l&#8217;articolo in pdf</strong></span></a></span></span></p>
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		<title>Massimo Lolli, Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio</title>
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		<pubDate>Sat, 02 May 2009 15:05:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Lolli]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel suo reportage del 2006 Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese… Aldo Nove aveva salutato l’affermazione sul palcoscenico delle patrie lettere di «una nuova, potente letteratura del lavoro», poco promossa, a suo dire, da una critica più interessata agli scrittori americani e ai «comici giallisti, tanto rilassanti, tanto consumabili». 
Una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=862&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/copj131.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-864" title="copj131" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/copj131.jpg?w=200&#038;h=303" alt="copj131" width="200" height="303" /></a>Nel suo <em>reportage</em> del 2006 <em>Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese…</em> Aldo Nove aveva salutato l’affermazione sul palcoscenico delle patrie lettere di «una nuova, potente letteratura del lavoro», poco promossa, a suo dire, da una critica più interessata agli scrittori americani e ai «comici giallisti, tanto rilassanti, tanto consumabili». </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Una letteratura impegnata a sviluppare una fondamentale azione socializzante e, per così dire, politica, quale quella di testimoniare le innumerevoli «tragedie normali» della precarietà.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Infatti, a muovere i vari Bajani, Desiati, Dezio, Falco, Ferracuti, Murgia, solo per citarne alcuni degli scrittori che in questi anni si sono cimentati in prove di “letteratura flessibile”, vi è una spinta di ordine etico e civile, accompagnata dall’esigenza e dall’urgenza di denunciare quella che sta diventando la dimensione ‘unica’ del lavoro, specie intellettuale. Non a caso, la maggior parte di questi autori ha optato non tanto verso la forma romanzo, quanto verso quella ‘diaristica’ per sua natura preletteraria (è il caso di <em>Il mondo deve sapere</em> di Michela Murgia) o quella del libro inchiesta (pensiamo ad esempio, a <em>Le risorse umane</em> di Angelo Ferracuti). Scritture in cui è ben evidente e preponderante la presenza di un io narrante ‘tipicamente’ rappresentativo del mondo del ‘lavoro atipico’, che intende narrare. Io in cui si riflette in qualche modo lo stesso autore, che ha in comune con i suoi personaggi età e vissuto. E, del resto, anche chi, come Mario Desiati nel suo fin troppo programmatico <em>Vita precaria, amore eterno</em> o Andrea Bajani in <em>Cordiali saluti</em>, ha imboccato la strada della <em>fiction</em>, lo ha fatto scegliendo la forma del racconto autodiegetico, dove l’emotività dell’io e l’esigenza di esprimere la sua rabbia prevalgono sul disegno narrativo, spesso sbiadendolo.<span id="more-862"></span></span><span style="color:#000000;"><em>Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio </em>(Mondadori, pp. 199, € 18.00), quarto romanzo di Massimo Lolli – il cui lavoro più noto è senza dubbio quel <em>Volevo solo dormirle addosso</em>, da cui Eugenio Cappuccio ha tratto nel 2004 un film di discreto successo – da poco uscito per i tipi di Mondadori, presenta alcune delle caratteristiche prima elencate, a partire innanzitutto dall’io narrante e dalla comunanza generazionale e, per così dire, esperienziale tra lo scrittore e il suo eroe (Lolli è<strong> </strong>l’attuale direttore Risorse Umane del Gruppo Marzotto). Ma se ne discosta per l’abbandono del contesto giovanilistico, narrando la parabola inesorabilmente discendente di un ex manager di successo, Andrea Bonin, <em>single</em>, che, dopo anni di onorato lavoro presso una importante industria tessile vicentina, a cinquant’anni suonati si ritrova disoccupato. Da quel momento l’uomo inizia a spedire centinaia di <em>curriculum</em>, a fare telefonate su telefonate a questa o quell’azienda nella speranza (sempre vana) che le segretarie gli passino il dirigente: «In media ogni tre telefonate si ottiene un contatto, ogni cinque contatti un incontro, ogni cinque incontri una posizione di lavoro vacante, ogni quattro posizioni di lavoro vacanti una assunzione. In media, dunque, occorre fare trecento telefonate per ottenere un posto di lavoro».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Oltre a ciò, Bonin deve affrontare un altro incubo. In una città come Vicenza, popolata da uomini e donne che sono veri e propri «geni del controllo sociale, forse i migliori al mondo», egli è costretto a fingere di avere un’occupazione. Così fa credere a tutti di aver lasciato volontariamente la ditta per la quale lavorava per una più remunerativa occupazione a Milano in «un fondo di private equity che si occupa di investimenti nel fashion». Menzogna che lo costringe a uscire e a rientrare nel suo appartamento borghese agli orari più impensati; a fare telefonate nel cimitero acattolico («il luogo più disadorno di Vicenza. È l’abbandono avvolto nel silenzio»); e ad autoescludersi dalla cerchia di amici e conoscenti («temevo – dice il protagonista – che tale condizione di senza lavoro, se conosciuta, avrebbe indotto gli altri a escludermi dal giro, mi ero autoescluso prima che gli altri mi escludessero»).</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Una situazione simile è stata già raccontata in un libro, giustamente celebre, quale <em>L’avversario</em> di Emmanuel Carrere<strong>, </strong>ispirato a un fatto cronaca nera avvenuto in Francia agli inizi degli anni Novanta, e poi in due film <em>Risorse umane</em> di Laurent Cantet e <em>L’avversario</em> appunto, di Nicole Garcia.<strong> </strong>Tuttavia, mentre in quei lavori si operava un vero e proprio viaggio nella psicopatologia quotidiana, tentando di andare oltre la cronaca per restituire al lettore e allo spettatore la personalità autentica dell’omicida, ne <em>Il lunedì arriva sempre di domenica</em> <em>pomeriggio</em> il tono è ben diverso.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Infatti, leggendo alcune pagine del romanzo di Lolli non si può non pensare alla classica commedia all’italiana e a un film come <em>Signore &amp; Signori</em> di Pietro Germi. Esce dalle pagine del libro il ritratto di una provincia, quale quella vicentina, vista come il mondo della chiacchiera diffusa, della maldicenza come rete sociale, della repressione coperta di perbenismo (sesso e famiglia). Con situazioni spesso esilaranti, grazie anche ad un abile uso del dialetto. Eccone un esempio: «Mi chiedo quali altri Rossato ci siano in Italia. Rossato Lombardone? Rossato Pdovano? Rossato Calabro?» «Rossato Emiliano». «Ah, si trova in Emilia…» «No, ze in Belgio. Rossato Emiliano l’è il fradeo de me nuora, el lavora in Belgio».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ma i momenti più riusciti del romanzo sono senza dubbio, quelli in cui l’autore mostra il carattere intrinsecamente ridicolo di quelle società di <em>outplacement</em>, spuntate come funghi negli ultimi anni. Si tratta di società attive nel supporto alla ricollocazione professionale al fianco di lavoratori e di aziende (navigando in rete scopriamo l’esistenza di una associazione italiana che le raccoglie, nonché l’esistenza di una serie di master universitari in materia). E in particolare, quell’assurdo insieme di pratiche di “autocandidatura” cui dette società sottopongono i loro spesso disperati clienti: «Cosa bisogna fare per autocandidarsi? Occorre inviare il curriculum alle aziende target, e precisamente alla persona potenzialmente interessata alla sua assunzione, il suo possibile capo diretto. Le aziende target e i nominativi dei manager vanno estratti dalla Guida Kompass, dal programma Duns, dal sito whoswho.it. Fatto questo, occorre contattare telefonicamente la persona cui ha inviato il curriculum, superare la barriera della segretaria, riuscire a parlarci direttamente, ottenere un appuntamento». Non solo. Il candidato deve sottostare anche ad una serie di sedute di simulazione dei colloqui di lavoro, riprese da una telecamera, in modo da «evidenziare i punti di forza dei suoi comportamenti, e quali aspetti correggere o modificare».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">È un <em>tour de force</em> senza uscita quello intrapreso dall’antieroe di Lolli. L’unica cosa che resta è l’avere cura del proprio corpo, conservare una certa avvenenza, dimostrare qualche anno di meno. Non resta altra scelta perché nella società del prossimo futuro la giovinezza sarà – dice il protagonista del romanzo – un «fattore di valorizzazione sociale e merce di scambio, giovinezza contro sicurezza, autorealizzazione, danaro. Chi avrà potere in quella società vorrà accanto a sé partner giovani. Si vedranno in giro uomini di potere con donne giovani, e donne di potere con uomini giovani». Anche se, forse, a ben guardare, questo futuro è già arrivato.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong><em>Uscito su &#8220;Liberazione&#8221; il 24 aprile 2009</em><span> </span></strong></span></p>
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		<title>Antonio Scurati, Il bambino che sognava la fine del mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2009 15:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Scurati]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel saggio La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, uscito nel 2006, Antonio Scurati aveva osservato come nel corso del Novecento quasi tutte le esperienze dell’individuo fossero state filtrate attraverso la lente, più o meno deformante, dei mass media. Da qui l’assottigliamento dei confini tra realtà e finzione, la sostituzione della vita vissuta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=869&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/copj132.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-870" title="copj132" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/05/copj132.jpg?w=200&#038;h=281" alt="copj132" width="200" height="281" /></a>Nel saggio <em>La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione</em>, uscito nel 2006, Antonio Scurati aveva osservato come nel corso del Novecento quasi tutte le esperienze dell’individuo fossero state filtrate attraverso la lente, più o meno deformante, dei <em>mass media</em>. Da qui l’assottigliamento dei confini tra realtà e finzione, la sostituzione della vita vissuta con l’immaginario collettivo, costruito/imposto dagli apparati mediatici, che nel terzo millennio avevano fatto entrare la letteratura in corto circuito con la vita reale, facendola deragliare verso l’<em>inesperienza</em>. E appunto nell’<em>inesperienza</em> lo scrittore individuava il nuovo <em>trait d’union</em> tra l’io e il mondo (o l’assenza del mondo), quel «nuovo senso di “nullatenenza assoluta”», da cui traevano origine i romanzi contemporanei. Non a caso, Scurati notava come anche i libri più ingenuamente autobiografici affondavano le loro radici non nel vissuto, ma nei materiali dell’immaginario, vale a dire nei libri o in quei simboli offerti in grande quantità dal cinema e dalla tv. Si era così affermata la retorica dello <em>storytelling</em><em>, che</em> aveva svolto, a suo dire, una funzione ‘correttiva’ nei confronti del romanzo italiano, dopo la grande carestia degli anni Settanta, al prezzo però di confinare lo scrittore in una posizione di minorità intellettuale, non essendo a lui più richiesta una ‘visione del mondo’, ma semplicemente una discreta perizia nell’intreccio.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Ebbene, mi sembra che con questo <em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em>, sua quarta, e più riuscita, prova narrativa, Scurati abbia voluto realizzare appunto un romanzo-saggio sull’oggi, inteso come età dell’inesperienza, come età in cui è scomparsa la diretta correlazione tra le cose e la loro intelligenza, tra i fatti e la loro interpretazione.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-869"></span>La vicenda si svolge a Bergamo. La madre di una piccola alunna della scuola materna Rodari rivela che la figlia ha subito orribili violenze da parte di due maestre – forse legate da una relazione omosessuale – da poco giunte in città (vengono da Brescia, dove erano state assolte da accuse di pedofilia); di una insegnante di colore, di origine nigeriana, attiva presso la scuola con l’incarico di responsabile dell’integrazione dei figli d’immigrati; e di un prete molto noto in città, anche perché fondatore di una delle prime comunità italiane per il recupero dei tossicodipendenti.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Seguono altre denunce. L’asilo diventa la “scuola degli orrori”. Si scatena una isteria collettiva, una «pestilenza dell’anima e delle menti», che genera un clima da caccia alle streghe. La città sembra fermarsi. Le famiglie perdono la loro coesione, le strade la loro vivacità. Si entra «in un’orbita del linguaggio dove non si da(va) più nessuna articolazione. Attratti dall’irresistibile forza di gravità di quel pianeta nero, vortica(va)no soltanto verbi e sostantivi». Su Bergamo, come in passato su Cogne o Erba o Garlasco, si appunta l’interesse morboso dei <em>media</em>, con la nascita di un vero e proprio mercato, dove “sensazionali rivelazioni” vengono messe in vendita dai <em>pool</em> legali di accusa e di difesa alla migliore testata giornalistica offerente.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">È un Io-narrante, controfigura letteraria dello scrittore, a reggere nel romanzo le fila della vicenda. L’uomo, un docente universitario, costretto dalla sua attività di opinionista del quotidiano «la Stampa», nonché di occasionale ospite del salotto televisivo di «Matrix», si spinge, finendone sempre più coinvolto, in questa spirale perversa di sospetti, delazioni e fanatismi religiosi (un ruolo determinante nel rendere incandescente il clima cittadino è svolto da un movimento di carismatismo cattolico). E lo fa portando avanti una dolorosa inchiesta personale, corroborata, oltre che dalle testimonianze raccolte, da un’ampia selezione di statistiche e di articoli di giornale, con tanto di nomi ben noti, come Massimo Gramellini ed Enrico Mentana.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Tuttavia, dopo uno sconcerto iniziale, il lettore si accorge ben presto che quello che ha tra le mani non è un <em>real novel</em> alla Carlo Lucarelli, vale a dire un libro dove i fatti e i personaggi della cronaca vengono raccontati secondo le modalità della <em>fiction</em>, in una via di mezzo tra saggistica investigativa e narrazione. Il lettore, dicevo, si accorge ben presto che nulla di quanto riportato ne <em>Il bambino che sognava la fine del mondo</em> è davvero avvenuto, sia perché avrebbe conservato il ricordo di un fatto così eclatante – e della grancassa mediatica che ne sarebbe derivata – sia perché i materiali extraletterari rinviano tra le righe ad altri fatti di cronaca nera, dalla vicenda di Rignano Flaminio ai casi di pedofilia avvenuti in Belgio, dalle accuse a don Gelmini al ‘fattaccio’ della ragazza uccisa con la punta di un ombrello nella metro di Roma.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Questi testi sono, infatti, stati tutti manipolati da Scurati – con quella grande abilità di <em>pasticheur</em>, già esibita nel suo precedente romanzo, <em>Una storia romantica</em> (2006), ambientato durante le Cinque giornate di Milano – in un considerevole dispiegamento di effetti ‘speciali’ di realtà, al fine di ottenere quello che Walter Siti nel corso di una intervista, ebbe modo di definire un «realismo d’emergenza e di resistenza». Vale a dire, un realismo consistente nell’attribuire fatti esplicitamente fittizi a persone reali e/o nell’immergere gli avvenimenti veri in un flusso che li falsifica.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">In questo modo Scurati scatena un corto circuito tra <em>fiction</em> e <em>non fiction</em>. Solo così forse si può raggiungere una qualche verità nella modernità dell’inesperienza, nella modernità dell’«irrealtà quotidiana», quella che – si legge nel romanzo – vede trionfare non ciò che si finge reale, ma quello che si illude di esserlo, con l’osceno a sostituire il tragico.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Emerge così dalle pagine del <em>Bambino che sognava la fine del mondo</em> il ritratto di una società soggiogata da una paura diffusa, indistinta, sfuggente, e per dirla alla Bauman, ‘liquida’ e ‘socialmente derivata’. Una paura che si cerca, a puro scopo consolatorio e tranquillizzante, di individuare e concretare in Satana e nello straniero scuro e barbaro, sua emanazione. Una paura figlia anche di uno sfacelo culturale, che ha il suo emblema nello sfacelo di una università, popolata da studenti – ormai prossimi alla laurea eppure incapaci di «coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso» – che nel corso dell’esame «smozzica<em>no</em> frasi perlopiù insensate, ciancica<em>no</em> frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica<em>no</em> rigurgiti di conoscenze andate a male».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Dinanzi a questa realtà l’io narrante marca la propria diversità, senza puntare all’esibizione di una esperienza, quanto piuttosto, al pari del Siti di <em>Troppi paradisi</em> o dell’Easton Ellis di <em>Lunar park</em>, ad una analisi di secondo grado del proprio essere. Lo scandalo, infatti, lo spinge a riflettere – attraverso una serie di <em>flash</em>, che in corsivo, si inseriscono nel corso della narrazione – sulla propria infanzia di bimbo sonnambulo e di figlio indesiderato (la madre avrebbe voluto abortirlo). Forse da qui deriverebbero la sua abulia e il suo iniziale rifiuto della paternità. Non a caso, campeggia sulla copertina del romanzo la foto dello stesso Scurati bambino con i grandi occhi azzurri rivolti verso un indistinto altrove. Rivolti forse verso una fine che è già arrivata.</span></p>
<p><em><span style="color:#ff0000;"><strong>Uscirà sull&#8217;Immaginazione</strong></span></em></p>
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		<title>Carlo Bonini, Acab</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2009 19:39:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Bonini]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Acab di Carlo Bonini (Einaudi, pp. 198, € 16,50) è un gran bell&#8217;oggetto narrativo. Chiamiamolo così, oggetto narrativo, con questa espressione cara ai Wu Ming e alla loro scoppiettante Nuova epica italiana. visto che non è in senso stretto un romanzo e neppure un reportage, anche se tutto quello che vi è raccontato è realmente accaduto. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=738&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/01/copj136.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-740" title="copj136" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/01/copj136.jpg?w=194&#038;h=300" alt="copj136" width="194" height="300" /></a>Acab</em> di Carlo Bonini </span><span style="color:#000000;">(Einaudi, pp. 198, € 16,50) </span><span style="color:#000000;">è un gran bell&#8217;oggetto narrativo. Chiamiamolo così, oggetto narrativo, con questa espressione cara ai Wu Ming e alla loro scoppiettante Nuova epica italiana. visto che non è in senso stretto un romanzo e neppure un <em>reportage</em>, anche se tutto quello che vi è raccontato è realmente accaduto. Ci troviamo nei territori del <em>fictual</em>, ibrido tra narrativa documentale e narrativa di invenzione (<em>fictual</em>: crasi tra <em>fictional </em>e <em>factual</em>): «questa è una storia vera» &#8211; si legge nell&#8217;avvertenza al lettore &#8211; «una storia narrata attraverso la scrupolosa raccolta di documenti, atti processuali e testimonianze dirette di chi ne è stato partecipe».</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Acab</em> &#8211; acronimo di All Cops Are Bastards, <em>refrain</em> di un famoso motivo degli anni Settanta &#8211; è incentrato sulle vicende di tre celerini nell&#8217;arco di sette anni, dal pestaggio della scuola Diaz durante il G8 di Genova fino agli scontri dinanzi alla discarica di Pianura. Sette anni di violenze e di scontri tra poliziotti e ultras, accomunati da un odio profondo, da una rabbia che dalla borghesia si è diffusa agli strati popolari, che li conduce a una concezione dell&#8217;esistenza regolata dalla legge del più forte.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">«Il contagio è avvenuto. Parlate, parliamo la stessa lingua. Stessa lingua, stessi desideri, stesso egoismo. Stesso odio». È questa la disincanta constatazione che fa lo zio ricco al vicequestore Michelangelo Fournier, uno dei protagonisti del libro. Si tratta di un contagio che ha trasformato i poliziotti in bombe ad orologeria pronte ad esplodere. Bombe fedeli al caos, non all&#8217;ordine.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Nascondendo, al contrario di Saviano nel suo giustamente celebre <em>Gomorra</em>, il proprio io dietro un&#8217;istanza narrante impersonale, Bonini segue i suoi personaggi, scava nella loro personalità e analizza le loro frustrazioni che trovano sfogo in una ideologia fascista rozza e muscolare. L&#8217;autore entra perfino nelle chat della polizia, trascrivendone per intero i contenuti, inneggianti ad un esasperato e delirante superomismo.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><span id="more-738"></span>È questo il punto nodale del libro. Questi celerini non costituiscono una minoranza deviata, e quindi facilmente estirpabile. Dalle pagine di <em>Acab</em> emerge la convinzione che, come i marines di <em>Full metal Jacket</em> di Stanley Kubrick, questi uomini sono stati programmati per picchiare e per combattere. Sono divenuti macchine da guerra del tutto incapaci di distinguere un militante <em>no global</em> da un delinquente, un ultras da un semplice tifoso, che pur abbonato in tribuna vuole seguire la partita in curva. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">È un viaggio nel paese dell&#8217;odio quello raccontato dal cronista di «Repubblica». Un viaggio che inizia con la descrizione adrenalinica, letterariamente magistrale per la velocità del racconto e la secchezza dei dialoghi, di un inseguimento automobilistico tra Ultras della Roma e del Napoli sull&#8217;Autosole del settembre &#8216;07. Poi torna indietro nel tempo ai fatti di Genova per proseguire col racconto di un presidio al Cpt. Fino alla descrizione allucinata di una Roma piena di rabbia e assetata di vendetta, dopo lo stupro e l&#8217;uccisione di Francesca Reggiani per mano del rom Nicolae Mailat, con i poliziotti e i teppisti accomunati dall&#8217;ideologia del «padroni a casa nostra», declinata in chiave iperviolenta e xenofoba (molte simile al recente tentato linciaggio degli stupratori di Guidonia). Per passare ai fuochi di Pianura, che hanno per protagonisti le stesse Teste matte che infestano la domenica il San Paolo, braccio armato di una borghesia tutt&#8217;altro che illuminata. E finire davanti a una tavola imbandita con mozzarella di Mondragone e bottiglie di Fiano. Segno che ogni cambiamento è impossibile: l&#8217;Italia è un paese a forma di stivale. Stivale di celerino.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#ff0000;"><strong><em>Uscito su &#8220;incroci&#8221;, gennaio-giugno 2009</em></strong></span></p>
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		<title>Aronofsky, The wrestler</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 21:39:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Darren Arofsky]]></category>
		<category><![CDATA[Mickey Rourke]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la trilogia Pi greco &#8211; Il teorema del delirio, Requiem for a dream e The fountain, tutti animati da virtuosismi stilistici quasi barocchi, in questa sua nuova opera, The wrestler, trionfatrice dell&#8217;ultima Mostra veneziana, Darren Aronofsky opta per un registro stilistico da cinema verità con macchina a mano e montaggio quanto mai semplice ed [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=536&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/03/mickey-rourke-in-una-scena-del-film-the-wrestler-di-darren-aronofsky-84248.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-847" title="mickey-rourke-in-una-scena-del-film-the-wrestler-di-darren-aronofsky-84248" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/03/mickey-rourke-in-una-scena-del-film-the-wrestler-di-darren-aronofsky-84248.jpg?w=480&#038;h=301" alt="mickey-rourke-in-una-scena-del-film-the-wrestler-di-darren-aronofsky-84248" width="480" height="301" /></a>Dopo la trilogia <em>Pi greco &#8211; Il teorema del delirio</em>, <em>Requiem for a dream</em> e <em>The fountain</em>, tutti animati da virtuosismi stilistici quasi barocchi, in questa sua nuova opera, <em>The wrestler</em>, trionfatrice dell&#8217;ultima Mostra veneziana, Darren Aronofsky opta per un registro stilistico da cinema verità con macchina a mano e montaggio quanto mai semplice ed essenziale. In questo modo il regista ci conduce in un mondo fatto di ring, palestre, spogliatoi sporchi, anabolizzanti, volti tumefatti e articolazioni lesionate.<br />
<em>The wrestler</em> è soprattutto un film sul corpo del suo meraviglioso protagonista, Mickey Rourke. Non a caso, il volto &#8211; completamente stravolto e tumefatto &#8211; dell&#8217;ex divo appare sullo schermo, dopo ben cinque minuti dall&#8217;inizio della pellicola. Cinque minuti nel corso dei quali Aronofsky passa in rassegna lungo i titoli di testa gli articoli e i manifesti relativi agli incontri che avevano reso celebre negli anni Ottanta Randy Robinson &#8220;The ram&#8221;, &#8220;l&#8217;ariete&#8221;, per poi seguirlo di spalle nei giorni nostri aggirarsi nel mondo delle palestre.<br />
<span id="more-536"></span>Del resto, solo il corpo fornisce all&#8217;ex campione la possibilità di riscattarsi dalle delusioni e dai fallimenti di una vita vissuta sempre pericolosamente: «Il posto dove mi faccio realmente male è lì fuori, non il ring», dice il rassegnato Randy all&#8217;amata spogliarellista, poco prima di tornare a combattere contro uno dei suoi rivali storici, nonostante l&#8217;infarto.<br />
Solo attraverso il martirio del corpo &#8211; perché il wrestling non è solo finzione &#8211; solo divenendo una versione degradata del Cristo gibsoniano (ridicolizzato, e a ragione, in uno dei dialoghi del film), Randy può sfuggire alle sconfitte della vita, o quanto meno momentaneamente accantonarle. Fuori della palestra, egli non può fare altro che lavorare come salumiere in supermercato alle prese con bisbetiche clienti o aggirarsi in uno squallido locale di lap dance o procurarsi sesso a pagamento da consumare in un bagno pubblico o cercare di ricucire con la figlia lesbica quel rapporto pressoché irrimediabilmente distrutto da anni di continue assenze e di gravi mancanze.<br />
<a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/03/mickey-rourke-in-un-immagine-di-the-wrestler2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-848" title="mickey-rourke-in-un-immagine-di-the-wrestler2" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/03/mickey-rourke-in-un-immagine-di-the-wrestler2.jpg?w=480&#038;h=319" alt="mickey-rourke-in-un-immagine-di-the-wrestler2" width="480" height="319" /></a></p>
<p style="text-align:justify;">Ma <em>The wrestler</em> è anche la messa in scena della fine dei miti degli anni Ottanta, cioè dell&#8217;ultimo decennio in cui è stato possibile per tutti coltivare una qualche speranza in un mondo nuovo e diverso. Decennio la cui icona indiscussa era appunto il bellissimo Mickey Rourke di Rumble fish, di Nove settimane e mezzo e dell&#8217;Anno del dragone. Il decennio dell&#8217;hard rock più bello, quello dei Def Leppard e dei Guns N&#8217; Roses: poi «è arrivato quel frocetto di Kurt Cobain», si dice nel film.<br />
Infine, <em>The</em> <em>wrestler</em> è anche la rivincita di due attori usciti dal grande giro hollywoodiano, quali Rourke e Marisa Tomei, che con la loro prova conferiscono ai propri personaggi una potenza scenica tale da renderli quasi reali. E di un cineasta quale Darren Aronowsky, le cui quotazioni erano un po&#8217; al ribasso dopo l&#8217;insuccesso di <em>The</em> <em>Fountain</em>.<br />
La chiusura poi affidata alla voce Boss Springsteen (autore dell&#8217;inedita canzone che dà il titolo al film) suggella splendidamente il tutto.
</p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong>The Wrestler </strong>è un film di Darren Aronofsky del 2008, con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Ajay Naidu, Mark Margolis. Prodotto in USA. Durata: 105 minuti.</span></p>
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		<title>Fausto Brizzi, Ex</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Feb 2009 16:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Fausto Brizzi]]></category>
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		<description><![CDATA[
Regista e sceneggiatore piuttosto abile Fausto Brizzi, capace di intercettare i gusti del pubblico con film ben scritti e furbescamente accattivanti. E&#8217; il caso dei due Notte prima degli esami e di questo Ex, commedia corale che, ripetendo il modello inglese di Love actually, riunisce i più importanti volti del nostro cinema, da Claudio Bisio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=839&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><span style="font-size:small;font-family:Calibri;"></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/02/nancy-brilli-e-vincenzo-salemme-in-una-scena-del-film-ex-102405.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-840" title="nancy-brilli-e-vincenzo-salemme-in-una-scena-del-film-ex-102405" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/02/nancy-brilli-e-vincenzo-salemme-in-una-scena-del-film-ex-102405.jpg?w=480&#038;h=240" alt="nancy-brilli-e-vincenzo-salemme-in-una-scena-del-film-ex-102405" width="480" height="240" /></a>Regista e sceneggiatore piuttosto abile Fausto Brizzi, capace di intercettare i gusti del pubblico con film ben scritti e furbescamente accattivanti. E&#8217; il caso dei due <em>Notte prima degli esami</em> e di questo <em>Ex</em>, commedia corale che, ripetendo il modello inglese di <em>Love actually</em>, riunisce i più importanti volti del nostro cinema, da Claudio Bisio a Nancy Brilli, da Cristiana Capotondi a Fabio De Luigi, da Alessandro Gassman a Claudia Gerini, da Flavio Insinna a Silvio Orlando, da Vincenzo Salemme a Carla Signoris. Anche se va detto che, distribuito in quasi 600 copie, l&#8217;opera terza di </span><span style="color:#000000;">Fausto Brizzi</span><span style="color:#000000;">, ha incassato più di tre milione e mezzo di euro &#8211; migliore risultato al <em>box office</em> del fine settimana appena trascorso &#8211; risultato di gran lunga inferiore rispetto a quanto realizzato nel suo weekend d&#8217;apertura <em>Italians</em>.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><em>Ex</em> è un sudoku di amori, bisticci, compromessi, rotture, equivoci, sesso (appena appena&#8230;), lacrime con una colonna sonora ricchissima &#8211; come del resto, tutto la produzione &#8211; capace di passare da Antonacci a De Andrè fatto da Battiato a Billy Joel. Da antologia alcune situazioni come quella che vede De Luigi e la tatuata Cécile Cassel in un locale di Pescara ad assistere al concerto dei Jalisse &#8211; quelli che vinsero Sanremo con <em>Fiumi di parole</em> e poi sparirono &#8211; o le comparsate di Montesano nel ruolo del saggio sacrestano, di Angelo Infanti («Ma quello&#8230; non è il laziale?») o del nannimorettiano Fabio Traversa, che dà del brutto al suo collega &#8211; nel senso di nannimorettiano &#8211; Silvio Orlando. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Certo non tutto riesce. L&#8217;episodio della Capotondi è inserito apposta per soddisfare le esigenze del <em>product placement. </em>Inoltre, quando il film abbandona il registro brillante per quello drammatico, perde colpi e cade nel banale. </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Comunque, ben vengano prodotti medi come questi.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Ex</strong> è un film di </span><span style="color:#000000;">Fausto Brizzi</span><span style="color:#000000;"> del 2009, con </span><span style="color:#000000;">Claudio Bisio</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Nancy Brilli</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Cristiana Capotondi</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Cécile Cassel</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Fabio De Luigi</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Alessandro Gassman</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Claudia Gerini</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Flavio Insinna</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Silvio Orlando</span><span style="color:#000000;">, </span><span style="color:#000000;">Martina Pinto</span><span style="color:#000000;">. Prodotto in Italia. Durata: 120 minuti. Distribuito in Italia da 01 Distribution a partire dal 06.02.2009.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p></span></p>
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		<title>Bryan Singer, Operazione Valchiria</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 17:51:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Visioni]]></category>
		<category><![CDATA[Bryan Singer]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Tom Cruise]]></category>

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		<description><![CDATA[Il male e le sue manifestazioni hanno sempre costituito il fil rouge del cinema di Bryan Singer. E, in particolare, il nazismo aveva già fatto capolinea nell&#8217;Allievo e nel bellissimo incipit di X men. In questo Operazione Valchiria &#8211; la cui lavorazione è stata funestata da numerosi incidenti &#8211; l&#8217;autore dei Soliti sospetti si cimenta [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=832&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><img class="aligncenter size-full wp-image-833" title="tom-cruise-interpreta-il-colonnello-claus-von-stauffenberg-nel-film-valkyrie-85825" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/02/tom-cruise-interpreta-il-colonnello-claus-von-stauffenberg-nel-film-valkyrie-85825.jpg?w=480&#038;h=266" alt="tom-cruise-interpreta-il-colonnello-claus-von-stauffenberg-nel-film-valkyrie-85825" width="480" height="266" />Il male e le sue manifestazioni hanno sempre costituito il <em>fil rouge</em> del cinema di Bryan Singer. E, in particolare, il nazismo aveva già fatto capolinea <em>nell&#8217;Allievo</em> e nel bellissimo <em>incipit</em> di <em>X men</em>. In questo <em>Operazione Valchiria</em> &#8211; la cui lavorazione è stata funestata da numerosi incidenti &#8211; l&#8217;autore dei <em>Soliti sospetti</em> si cimenta con un fatto storico realmente accaduto (e con le relative inutili polemiche sulla veridicità documentaria della sua opera), quale il fallito attentato dell&#8217;estate del &#8216;44 ad Hitler da parte del coraggioso ma tutto sommato inetto colonnello Claus von Stauffenberg, interpretato da un più che discreto Tom Cruise.</span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;">Il piano, volto a decapitare il regime (probabilmente non per distruggerlo quanto per rifondarlo dal suo interno), arrivò sino alla «tana del lupo» per poi fallire miseramente. Dopo un lungo prologo, il film si presenta come un thriller da camera, la cui narrazione si sviluppa per tutto l&#8217;arco della fatidica giornata. Il montaggio serratissimo, accompagnato da colonna sonora, costumi e scenografia notevoli, rende la storia quanto mai avvincente, anche se è noto il finale. Tuttavia, il grande limite del film risiede nel fatto che l&#8217;intreccio predomina pesantemente sulle caratterizzazioni dei personaggi, tutti appena abbozzati. Anche se i formidabili attori britannici scelti per i ruoli di contorno &#8211; si pensi a Kenneth Branagh, Terence Stamp e a Tom Wilkinson &#8211; riempiono la scena con il loro carisma.</span><span style="color:#000000;"> </span></p>
<p style="text-align:justify;"><span style="color:#000000;"><strong>Operazione Valchiria</strong> è un film di Bryan Singer del 2008, con Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson, Carice van Houten, Thomas Kretschmann, Terence Stamp, Eddie Izzard, Kevin McNally, Christian Berkel. Prodotto in Germania, USA. Durata: 120 minuti. Distribuito in Italia da 01 Distribution a partire dal 30.01.2009.</span></p>
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		<title>Letizia Muratori, La casa madre</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Feb 2009 13:50:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Vito Santoro</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letture]]></category>
		<category><![CDATA[Letizia Muratori]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il passaggio di Letizia Muratori dall&#8217;Einaudi &#8211; con cui ha pubblicato i giustamente celebrati Tu non c&#8217;entri (2005) e La vita è altrove (2007) &#8211; all&#8217;Adelphi è segnato da un libro composto da due racconti del tutto autonomi sia per le coordinate spaziotemporali sia per il sistema dei personaggi, ma congiunti dal filo rosso dell&#8217;infanzia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=vsantoro.wordpress.com&blog=2685129&post=823&subd=vsantoro&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"><a href="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/02/copj13.jpg"><span style="color:#000000;"><img class="alignleft size-medium wp-image-824" title="copj13" src="http://vsantoro.files.wordpress.com/2009/02/copj13.jpg?w=191&#038;h=300" alt="copj13" width="191" height="300" /></span></a><span style="color:#000000;">Il passaggio di Letizia Muratori dall&#8217;Einaudi &#8211; con cui ha pubblicato i giustamente celebrati <em>Tu non c&#8217;entri</em> (2005) e <em>La vita è altrove</em> (2007) &#8211; all&#8217;Adelphi è segnato da un libro composto da due racconti del tutto autonomi sia per le coordinate spaziotemporali sia per il sistema dei personaggi, ma congiunti dal filo rosso dell&#8217;infanzia e dalla scelta della narrazione in prima persona.<br />
Ne <em>La casa madre</em>, che dà il titolo al volume, ci troviamo nei primi anni Ottanta a Roma. Si racconta di Irene, una bambina che va a scuola dalle suore e condivide con le sue compagne la passione per le Cabbage Patch Kids, bambole in stoffa che arrivano dall&#8217;America avvolte in un involucro a forma di cavolo e che costituiscono il fulcro di un rito fantasioso legato alla simulazione della maternità. Nel secondo racconto <em>Il segreto</em>, ambientato in una località balneare del Lazio ai giorni nostri, la voce narrante è quella del piccolo Luca che pensa che le prostitute che esercitano la propria attività nella pineta vicino casa, non sono altro che fate Winx, delle cui storie si nutre come i suoi coetanei.<br />
In una recensione apparsa sullo «Straniero», i temi e le situazioni raccontate nella <em>Casa madre</em> sono stati accostati non a torto, a quelli trattati da &#8216;certi&#8217; Moravia o da Fleur Jaggy. A me, leggendo questi due racconti, sono venuti in mente più che altro riferimenti cinematografici, tra cui <em>Il labirinto del fauno</em> di Guillermo del Toro e le atmosfere un po&#8217; malate dei film di Todd Solondz (da <em>Fuga dalla scuola media</em> a <em>Palindromi</em>). Opere in cui il <em>format</em> del romanzo di formazione infantile viene declinato all&#8217;insegna dello scandaglio di un mondo, quello degli adulti, fatto di solitudini e di crisi valoriali.<br />
È, infatti, una umanità malata, sola, prossima alla dissoluzione quella descritta dalla Muratori, con uno stile scabro e freddo, frutto di un intenso lavorio stilistico. Non una frase, non una parola di troppo in questo libro, che getta il lettore in una realtà inquietante e senza speranza. Una realtà che i ragazzini osservano con occhi gli aperti/chiusi da un immaginario come il loro completamente colonizzato dalla società consumistica, e che proprio per questo non possono salvare.</span></p>
<p><span style="color:#000000;">Letizia Muratori, <em>La casa madre</em>, Adelphi, Milano 2008, pp. 114, € 16.00</span></p>
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